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SETTIMANA SANTA IN PUGLIA

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MASKS ...

2 settembre 2025

Bragança, Portogallo. 27 e 28 agosto 2025.

Dal 2024 coordino la comunicazione di MASKS, progetto europeo sulle maschere rituali: dai confratelli della Settimana Santa ai carnevali d'Europa.

 

Meeting del progetto europeo MASKS, Unveiling the Arts and Works Behind the Masks. Dodici partner da quattro paesi, tra università, musei e centri di ricerca. E io, seduto in quella sala, che penso: che ci faccio io qui?

Non è la prima volta. È una sensazione ricorrente. Trovarmi in contesti che sembravano irraggiungibili, troppo grandi per me.

 

Il progetto MASKS

MASKS unisce dodici partner europei tra università, centri di formazione, musei e aziende private, da Italia, Spagna, Romania e Portogallo. Capofila del progetto è la Università di Valladolid coordinata dalla prof.ssa Maria Pilar Panero. Editrice L'Immagine coordina la comunicazione e la promozione del progetto. Detto così sembrava enorme. Abbiamo detto sì lo stesso, perché nel progetto ci credevamo.

 

La matematica del coraggio

Ogni impossibile di ieri è il normale di oggi. Ripensando al mio percorso, riconosco i momenti in cui ho detto proviamoci senza avere tutte le risposte. Ogni volta che ho scommesso su un'idea fuori portata, mi stavo costruendo la strada verso posti impensabili. Non è magia. È fiducia, verso se stessi e verso gli altri. È dire sì prima di sapere come si fa.

 

Il prezzo del coraggio

Il segreto è iniziare. Anche con il rischio di prendere qualche ceffone. E i ceffoni arrivano. Progetti che non decollano, collaborazioni interrotte, scommesse perse. Ma ogni fallimento è stato una lezione che mi ha portato fin qui, in questa sala a Bragança. Non esiste crescita senza rischio.

 

Le maschere che indossiamo

Lavorare proprio con le maschere ha il suo peso simbolico. Quelle antiche raccontano trasformazioni, la capacità di superare i limiti. Anche noi ne indossiamo di quotidiane. Paure, dubbi, il non sono abbastanza. La sfida è riconoscere quando quel "che ci faccio io qui?" non è realismo, ma paura travestita.

Se anche tu te lo sei chiesto, in un contesto che sembrava troppo grande, è il segnale che sei sulla strada giusta. Quella resterà sempre la domanda più bella da farsi.

 

Il progetto MASKS è co-finanziato dal programma Erasmus+ dell'Unione Europea.

 

ps. un sincero ringraziamento a Marica Petruzzella per il contributo logistico e per aver saputo relazionare con i partner.

le foto sono di Gaetano Armenio

 

 

 

Riflessioni da Bragança

CHE CI ...

23 settembre 2026

Quattro ore a bordo dei pescherecci per la sagra a mare di Molfetta, festa di Maria SS dei Martiri, patrona della città.

Il sacro, il profano e un cartello letto al contrario.

 

Che ci faccio io qui. Dentro la sagra a mare di Molfetta

"Che ci faccio io qui?" è una domanda che mi sono fatto più volte nella vita, professionale e non. Arriva quando ti senti fuori posto, quando la tua presenza in un luogo non ha una ragione evidente. Poi però la voglia di esplorare territori nuovi mi spinge sempre a provarci, perché la curiosità è un male incurabile. Per fortuna, aggiungo io.

Dal peschereccio il "W MARIA" si legge al contrario, e ci ho messo qualche secondo a riconoscerlo, poi ho pensato che fosse la cosa più onesta che avrei visto in tutto il pomeriggio.

 

Mi aveva invitato Mimmo Facchini, amico ed ex armatore, per due ragioni che si tengono insieme, perché mi considera un fotoamatore capace e perché quest'anno il sorteggio aveva premiato il peschereccio di suo cugino, il Nuovo Saturno, dato che a Molfetta chi porta la statua in mare non lo decidono i soldi né il nome ma un'estrazione, e quando capita difficilmente ricapita.

 

Mi ha chiesto di salire per la sagra a mare dell'8 settembre, la festa di Maria Santissima dei Martiri, quattro ore dalle sedici alle venti senza la possibilità di scendere, e ho accettato tardi e anche un po' male, più per curiosità che per coraggio.

 

Il lato comodo della transenna

Di riti patronali mi occupo dal 2006, con Settimana Santa in Puglia e poi con Patroni di Puglia, e sono anni che costruisco racconti sulla devozione popolare stando però sempre dalla parte dello spettatore, con il posto buono, la luce studiata e la libertà di andarmene quando mi pare.

 

A bordo quella libertà non esiste, ed è questo che cambia tutto, perché nelle prime due ore non ho fatto altro che inciampare dappertutto e sbattere la testa contro boccaporti pensati per uomini più bassi di me, mentre il mio unico pensiero era non finire in acqua, il che vuol dire che l'antropologia, vista da dentro, si fa soprattutto con le ginocchia.

 

Mi sono ritrovato immerso in un'umanità che non conoscevo, facce mai viste prima di allora, e a Molfetta è una cosa che non succede, perché non vivo in una grande città e qui la gente la conosci almeno di vista. Loro no. Nessuno.

 

Quello che da terra non si vede

Poi a un certo punto ho smesso di difendermi e ho guardato, e c'era un uomo anziano che batteva la grancassa in piedi su assi che si muovevano, e uno che si tuffava vestito mentre alle sue spalle scorreva il Duomo, e un frate che parlava ai marinai gesticolando verso il porto, e tra due tavole del ponte un cartoncino azzurro con stampato Ave Maria, caduto e calpestato, che nessuno per tutto il pomeriggio si è preso la briga di raccogliere. Si cantava, si ballava e si pregava.

 

Ed è questo che da terra non si coglie, perché qui il sacro e il profano non si danno il cambio ma convivono nello stesso metro di ponte e nello stesso minuto, tanto che quel pomeriggio Maria Santissima dei Martiri viaggiava sulla coperta di una barca intitolata a un dio romano, e nessuno ci aveva fatto caso, io per primo.

 

Alle venti sono sceso distrutto, con la sensazione di avere passato quindici anni a fotografare il lato che la festa mostra ai forestieri.

 

photo by Gaetano Armenio

Quattro ore dentro la sagra a mare di Molfetta, la festa di Maria Santissima dei Martiri, raccontata da chi progetta e fotografa riti popolari dal 2006

BANDA ...

4 marzo 2026

1996-2026. Trent'anni di musica, identità e passione condivisa.

 

C'è una fotografia in mostra che mi ha fermato più delle altre. Una ragazza con gli occhi chiusi, il clarinetto appoggiato alla fronte. Nessun pubblico, nessuna processione, nessuna divisa in primo piano. Solo concentrazione.

Quello scatto l'ho costruito e fotografato io. Avevo davanti molti musicisti, ho scelto lei. Per il viso, per la delicatezza dell'espressione, ma soprattutto perché rappresenta l'ambiente che ho trovato entrando nell'Associazione Musicale Santa Cecilia: sorprendentemente giovane. In quel momento ho capito anche come raccontare questi trent'anni. Non con una sequenza di fotografie, ma con una storia.

 

Progettare un evento culturale: trasformare la memoria in racconto

La progettazione di eventi culturali per me è questo: trasformare immagini, memoria e persone in un racconto capace di parlare alla comunità. È il lavoro che faccio da oltre quarantacinque anni, attraversando grafica, editoria, fotografia e identità visiva. Ed è probabilmente anche il motivo per cui mi è stato chiesto di coordinare questa mostra fotografica.

La "meglio gioventù" non è uno slogan. Sono i ragazzi e le ragazze che ogni giorno frequentano l'associazione. Quelli che studiano, provano, sbagliano, riprovano. Quelli che scelgono di dedicare tempo a qualcosa che non è solo esibizione, ma appartenenza.

 

Il 22 aprile 1996 quindici persone decisero che Molfetta meritasse una voce musicale propria. Da allora quella scelta è diventata percorso, scuola, disciplina, comunità. Quando ho iniziato a lavorare alla mostra ho capito subito che non bastava celebrare un anniversario. Bisognava restituire il senso di ciò che questa banda rappresenta per la città. Per questo il percorso espositivo attraversa trent'anni come un album di famiglia: dai fondatori ai giovani di oggi, dalle prove alle processioni, dalle feste patronali alle serate estive.

 

Confesso una cosa

Mentre selezionavo le immagini ho provato una punta di invidia. Non per i trent'anni di storia. Per quella determinazione silenziosa che vedo nei loro occhi. Per la capacità di stare dentro una tradizione senza viverla come un peso, ma come un privilegio.

 

La banda che cresce dal basso

La Banda Santa Cecilia non è solo la colonna sonora della Settimana Santa, della festa patronale o del Natale tra i vicoli. È un luogo di crescita. Una scuola di responsabilità collettiva. Una palestra di ascolto reciproco.

La mostra resta alla Sala dei Templari, a Molfetta, fino al 9 aprile 2026.

 

 

Come ho progettato la mostra per i trent'anni della Banda Santa Cecilia di Molfetta

SETTIMANA ...

21 aprile 2026

Mi avevano chiesto un manifesto e si ritrovarono con un sogno da trentamila euro. Come nel 2006 il manifesto della Settimana Santa a Molfetta è diventato un piano di promozione dei riti processionali, e cosa ne è rimasto diciotto anni dopo.

 

Era un pomeriggio di dicembre 2006

Entrarono nel mio ufficio il dottor Franco Stanzione, allora priore della Confraternita della Morte, e il fotografo Antonio D’Agostino con la richiesta di progettare graficamente il manifesto per promuovere i riti processionali della Settimana Santa di Molfetta. "Gaetano, vogliamo un bel manifesto per la Settimana Santa." 

 

Nello studio del fotografo

Qualche giorno dopo appuntamento presso lo Studio di D'Agostino, nel centro storico di Molfetta. Di fronte a me il priore, il cassiere e il segretario della Confraternita. Aspettavano il layout del manifesto da approvare. Sul tavolo appoggiai una cartella dattiloscritta: un piano di promozione turistica dei riti pasquali molfettesi. Valore trentamila euro. Il layout del manifesto, quello che mi avevano chiesto, non l'avevo nemmeno preparato.

 

Cadde il silenzio. Di quelli che sembrano lunghissimi. Antonio D'Agostino mi lanciò un'occhiata di traverso, il tipo di occhiata che significa ma cosa hai combinato.

 

Il cassiere e il segretario non dissero una parola. Il priore diventò rosso paonazzo e mi disse: «Ma noi non abbiamo trentamila euro.» Gli chiesi quanto potesse mettere la Confraternita. Rispose: tremila. "Bene. Il resto lo trovo io." A quel punto i loro sguardi cambiarono una seconda volta. Il primo shock era stato il progetto al posto del manifesto. Il secondo fu capire che stavo parlando sul serio.

 

Avevo giocato d'azzardo provando ad alzare l'asticella puntando sull'aspetto emozionale del progetto, volevo regalare un "sogno", una visione: era una grossa sfida professionale e umana anche per me che poi si è dimostrata un'esperienza indimenticabile. Era un ambiente, quello confraternale, che non conoscevo e che invece, vivendolo dall'interno, ne ho potuto apprezzare la grande qualità umana di chi ne fa parte.

 

Quello che non c’è in questo articolo

Come ho bussato alla porta di otto aziende del territorio e perché hanno detto sì tutte e otto. Come abbiamo portato Molfetta alla BIT di Milano e perché uno stand all’Aeroporto di Bari-Palese per due mesi interi. Tutta la cassetta degli attrezzi, con i numeri che ho e quelli che onestamente non ho, l’ho raccolta nella scheda del progetto con una significativa fotogallery.

 

E c’è un’altra cosa che tengo fuori. Dopo Pasqua, alla BIT e a Bari-Palese, cominciò a tornare una domanda. Stessa domanda. Persone diverse, regioni diverse. All’inizio non rispondevo bene. Poi ho capito che stava smontando il progetto del 2007 e ne stava costruendo un altro, molto più grande. L’anno dopo, Molfetta non sarebbe più bastata.  Le otto aziende che dissero sì, cosa successe davvero a Milano e a Bari-Palese, e come un progetto di città diventò un progetto di regione.

 

 

Molfetta, dicembre 2006: come una richiesta di grafica diventò un piano di promozione turistica