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4 novembre 2025
In questi ultimi quindici anni, novembre ha assunto un doppio valore che va al di là di ricordarmi lo scorrere degli anni. E novembre è il mio compleanno.
 

La notte

Era novembre 2010. Il dolore arrivò improvviso. Primo pronto soccorso: flebo di Buscopan e via a casa. Ma la notte il dolore tornò, più cattivo, più profondo.
Secondo medico, faccia seria: "Ricovero immediato!" "Possiamo rimandare a lunedì?" chiesi: "Sig. Armenio, Lei rischia di non arrivarci a lunedì."
Panico. Una settimana a Molfetta. Poi San Giovanni Rotondo: "Ciste al pancreas, operazione immediata!" "Ma io non sono famoso come Steve Jobs!" cercai di sdrammatizzare con l'ironia.
Dieci ore di sala operatoria. La notte emorragia interna.
Mia moglie fuori in attesa mentre il primario le disse:
 

Signora, si faccia coraggio, lo stiamo perdendo.

Non so cosa abbia provato in quel momento. Non glielo ho mai chiesto davvero. Forse perché so che certe cose è meglio lasciarle dove sono. Una volta passate, è meglio guardarle da lontano.
 

Cosa resta

Il corpo porta i segni, le cicatrici sono evidenti a ricordarmi che sono stato lì, sul bordo, e sono tornato indietro. Ho imparato che il tempo non è infinito.
Lo sappiamo tutti, certo. Ma saperlo e sentirlo sulla pelle sono due cose diverse. Da allora ogni giorno conta un po' di più. Ho imparato a riconoscere le persone vere.
Quelle che restano quando tutto crolla. Quelle che dicono "ci sono" e ci sono davvero, non solo a parole. E ho imparato che l'autenticità non è una scelta estetica, ma una necessità. Quando hai guardato la morte in faccia, non hai più voglia di fingere. Di essere qualcuno che non sei.
Da allora ogni progetto, ogni storia, ogni connessione porta un pezzo di quella notte.
 

L'incontro

In quei giorni di ospedale, a San Giovanni Rotondo, conobbi Nicola. Di San Severo. Lui mi raccontava delle tradizioni, della loro festa patronale.
Mi disse: "Gaetano se usciamo vivi da questa stanza a maggio vieni a San Severo per la festa. Devi vederla." Ci andai.
E da quell'incontro, da quella visita, è nato uno dei progetti più importanti della mia carriera https://www.gaetanoarmenio.it/progetti/patroni-di-puglia.html.
Un progetto che ha coinvolto 32 comuni della Puglia, che è diventato un cofanetto richiesto dal Presidente della Repubblica, che ha trasformato tradizioni locali in patrimonio culturale condiviso.
 
Ma questa è un'altra storia.
 
E te la racconto nei prossimi giorni.
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30 ottobre 2025
Anni '80. "Andate in famiglia e fateveli prestare i soldi"

 

Quando un dirigente pubblico ti lascia a secco e capisci cosa significa fare impresa al Sud

Lasciamo via Francesco Nullo e finiamo in via don Minzoni. Nuova sede. Macchinari nuovi. Tre soci: io, Giovanni Gadaleta e Stefano Salvemini.
La Cooperativa L'Immagine era ormai un ricordo, e noi eravamo convinti di avercela fatta.
Poi arrivò quella gara. Un grosso ente pubblico. Quantità enormi, impegno economico da far tremare le gambe. Ma vincemmo. E pensavamo fosse la svolta.
Contratto alla mano: primo pagamento dopo 90 giorni.
Passarono sei mesi. Non vedevamo una lira.

 

Ogni mattina la stessa scena

Mi presentavo disperato in ragioneria. Sempre lo stesso ufficio, sempre le stesse facce, sempre la stessa risposta: "Stiamo verificando, torni domani."
I fornitori premevano. Qualcuno me lo ritrovai sotto il portone di casa. Da mesi non riuscivamo ad essere puntuali nel pagare gli stipendi dei due collaboratori, i nostri stipendii invece erano una splendida chimera.
Una mattina chiedemmo loro di pazientare ancora.
Il giorno dopo nessuno si presentò in azienda.

 

La frase che ancora oggi sanguina vendetta

Tornai per l'ennesima volta dall'ente a supplicare di sbloccare le fatture. Il dirigente – tra l'altro di Molfetta, conterraneo – mi guardò dall'alto della sua scrivania ordinata.
Sapete cosa mi disse?
"Eh quante storie, voi siete giovani. Andate in famiglia e fateveli prestare i soldi dai vostri familiari!"
Rimasi lì. In piedi. Muto
Non per mancanza di parole, ma perché in quel momento capii tutto. Che i nostri collaboratori licenziati non erano un problema suo. Che le nostre notti insonni non lo riguardavano.
 

La scelta

Giovanni decise di lasciarci. Io e Stefano rimanemmo soli, a guardarci in faccia.
La domanda era semplice e terribile: cosa si fa? Si chiude o si va avanti?
Scegliemmo di andare avanti.
Quella crisi ci insegnò il significato autentico di resilienza imprenditoriale. In un Sud Italia complicato, dove fare impresa significava – e significa ancora – camminare sul filo del rasoio tra crediti che non arrivano e fornitori che premono, noi scegliemmo di non cadere.
Oggi quella frase mi torna in mente ogni volta che firmo un contratto con un ente pubblico.
Non per rancore, ma per vigilanza. Perché so che dietro ogni pagamento in ritardo c'è qualcuno che dice ancora: "Andate in famiglia."
E noi, invece, siamo ancora qui. A fare impresa.
Nonostante tutto.

 

 

 

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22 ottobre 2025
"Come la fai sbagli." Prendo in prestito il titolo di un film in questo periodo nelle sale cinematografiche.
Quando arriva il messaggio su WhatsApp di Giovannangelo de Gennaro, uno dei due direttori artistici del Festival Viator (l’altro direttore artistico è il musicista Michele Lobaccaro), che mi annuncia il programma del festival mi viene un bruciore allo stomaco.
Lui è iperansioso nonostante gli abbia inviato più volte la canzone "Molto calmo" di Neffa, ma devo dire che non ha subito nessun effetto.
Devo preparare tutta la comunicazione online e offline. Partire quindi dalla prima proposta di layout grafico per prepararne altre a valanga.

 

Come le fai e le fai non vanno mai bene

alla fine esausto mollo tutto e si decide di portare avanti quello che lui aveva già deciso in partenza. Propone una falsa democrazia ma alla fine accetta quello che lui stesso propone. Mi chiedo se ci prende gusto a farmi girare a vuoto. Ma dicono che così sono gli artisti…

 

Il musico-viandante e la nascita di "Solitudo"

Eppure, dietro questo apparente caos creativo si nasconde un metodo preciso. Giovannangelo è un musico-viandante autentico, un camminatore che attinge l'ispirazione dai suoi pellegrinaggi lungo le vie francigene e i cammini spirituali d'Italia.
La sua comunicazione artistica nasce dai passi, dal silenzio tra una nota e l'altra, dall'ascolto profondo che solo la solitudine del viandante può insegnare.
"Quest'anno il tema è la Solitudine: compagna interiore del viandante, musica che nasce dal silenzio” dice Giovannangelo.  Un'intuizione maturata durante i suoi tanti cammini, dove la grafica delle pietre antiche incontra la partitura scritta dal vento.

 

L'impatto spirituale del Festival Viator

Il Festival Viator 2025 attraverserà quattro regioni - Puglia, Basilicata, Molise, Lombardia - trasformando ogni tappa in un rito musicale.
La musica diventa linguaggio universale che unisce culture diverse, mentre la comunicazione del festival assume una dimensione profondamente spirituale.
Rispetto ad altri festival musicali, Viator ha un impatto culturale unico: recupera la dimensione spirituale del viaggio, trasformando il pubblico in pellegrini sonori.
La grafica stessa del festival - quella silhouette solitaria tra archi di pietra - comunica questo messaggio senza bisogno di parole.
Il cammino inizia ora, in questo momento di ascolto. Perché la vera comunicazione del Festival Viator non parte dai palchi, ma dal silenzio che precede ogni nota, da quella solitudine che diventa presenza.

 

La musica è il passo. Il silenzio, la direzione.

 

Ti aspettiamo al Festival: guarda il programma su www.festivalviator.it

 

 

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15 ottobre 2025
Anni '80. Erano gli anni del riflusso, quando il mondo cambiava direzione.
Dopo gli anni di piombo, la gente cercava rifugio nel privato: consumi, televisione, benessere.

Nel nostro Paese c’era la “Milano da bere” e la cultura dell’immagine sostituiva quella dell’impegno.
Mentre molti si chiudevano nel proprio piccolo orizzonte, altri provavano ancora a guardare fuori — verso chi restava ai margini, come don Tonino Bello allora vescovo della diocesi di Molfetta, Giovinazzo, Ruvo di Puglia e Terlizzi.

 

Era il 1987

quando, attraverso un amico in comune, mi arrivò una richiesta:
«Gaetano, don Tonino sta avviando una comunità a Ruvo di Puglia. Si chiama C.A.S.A. Accoglierà ragazzi tossicodipendenti. Stanno partendo con un laboratorio di serigrafia e servirebbe qualcuno che li segua».
Accettai senza pensarci troppo.
Erano anni in cui l’eroina aveva invaso le piazze del nostro Paese e naturalmente anche della mia città, lasciando vuoti negli sguardi e silenzi nelle famiglie.
 

La casa e la moto

La comunità muoveva i primi passi tra mille difficoltà e pregiudizi.
Era una piccola villetta lungo la provinciale Terlizzi–Ruvo di Puglia.
All’inizio arrivavo in moto, da sempre la mia compagna di libertà.
Finché una sera don Nino, che coordinava la casa, mi prese da parte:
«Gaetano, ti chiedo una cortesia… non venire più con la moto. Quel rumore crea troppa eccitazione nei ragazzi».
Da allora con il Fiat Fiorino ogni sera varcavo quel cancello in silenzio, con rispetto.

 

Il laboratorio di serigrafia

Insegnavo ai ragazzi a stampare in serigrafia.
L’inchiostro, i telai, i colori diventavano un modo per dare forma a qualcosa di nuovo.
Ogni gesto era un atto di fiducia.
Spesso restavo a cena con loro. Alcune sere erano dure — grida, crisi, fughe improvvise — ma anche in quei momenti si sentiva il battito ostinato della vita che voleva ricominciare.

 

I nomi e la memoria

Alfonso, Teresa, Katia, Anna.
Sono nomi che porto ancora con me, come segni incisi nel tempo.
Con alcuni ci siamo rivisti, anni dopo. Con altri… è meglio lasciarli nel silenzio.
Ma ognuno di loro mi ha insegnato che la solidarietà non è un sentimento astratto: è presenza e ascolto.

 

Oggi, ripensando a quegli anni, capisco che quei “ragazzi fuori” non erano solo loro.
Eravamo tutti fuori — da un tempo che cambiava, da una società distratta, da noi stessi.
Eppure, in quella piccola casa sulla provinciale, trovammo una direzione: tornare dentro la vita, insieme.

 

 

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9 ottobre 2025
Quando un'etichetta ti porta dentro una storia di polvere e meraviglia

 

Accendi un fuoco canta il rocker italiano Giorgio Canali

Le mani del giovane Nicola Chiarappa invece sanno accendere fuochi che ti fanno sognare. E a volte esplodere.
Qualche giorno fa ero a San Severo per consegnargli le etichette adesive a bobina che utilizza per i suoi prodotti, anche quelli destinati all'estero. Cinque minuti di lavoro. Firma, saluto, si riparte.
Invece mi sono fermato. A volte basta rallentare un attimo per scoprire storie che meritano di essere raccontate.
Nicola rappresenta la quarta generazione di una famiglia di fuochisti.
Il suo laboratorio è fatto di polveri che sembrano innocue e occhi che brillano di qualcosa che sta tra la passione e la follia lucida.

 

Tutto rigorosamente a mano

La miscela dei colori? A mano. L'assemblaggio? A mano. Ogni singolo artificio? A mano.
Artigianato vero, di quello che ti tiene impegnato 365 giorni l'anno. Solo gennaio è sacro. Quello lo dedichi alla famiglia, mi dice Nicola.

 

Quando le forbici diventano micce

"Il pericolo c'è sempre. Basta che cadano un paio di forbici e se il pavimento non è pulito… salta tutto."
Mentre parla, guardo istintivamente per terra. Forbici non ne vedo. Pavimento pulito. Respiro.
Dietro quei fuochi che ci ipnotizzano c'è un mondo dove un gesto sbagliato cambia la giornata a tutti.

 

Dodici anni e il disastro perfetto

La prima volta che Nicola diresse uno spettacolo pirotecnico aveva dodici anni.
Non esplose nulla. Silenzio totale. Pubblico deluso. Suo padre al microfono con le scuse.
"Da lì non mi sono più fermato."
Quella cicatrice te la porti addosso. È il prezzo per imparare che la polvere da sparo non perdona la fretta.

 

Dal quaderno del bisnonno al simulatore digitale

Il bisnonno disegnava le coreografie su quaderni sgualciti, con colori a tempera. Le collaudava dal vivo, davanti al pubblico.
Oggi esiste un simulatore digitale che anticipa ogni effetto. Ma il cuore è ancora lì, in quei disegni sbiaditi.
Tradizione e tecnologia. Polvere antica e software moderno.

 

La batteria sanseverese: quando il popolo si ribella

2002. Il prefetto vieta gli spettacoli pirotecnici durante la festa della Madonna del Soccorso.
Rivolta popolare a San Severo (fg).
Soluzione? Ridurre la carica di tritolo. Nacque così la "batteria sanseverese": meno potente, più sicura, unica nel suo genere.
Un'identità nata da un divieto. Una firma che oggi porta il nome della città nel mondo.

 

L'incanto continua

Nicola non sa dove sarà l'azienda tra vent'anni. Sa solo che vuole continuare a far sognare la gente.
Io, che passo la vita tra parole, progetti e rotoli di etichette, esco da quel laboratorio con una certezza: la vera creatività non è inventare dal nulla.
È accendere meraviglia dove altri vedono solo polvere.

 

E tu hai mai acceso un fuoco?

 

Per le tue feste consulta https://chiarappafireworks.it/ e per le tue etichette https://www.etichettelimmagine.net/ita/home.html

 

 

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1980. Sognare è un lavoro serio (e anche parecchio faticoso)
Su un muro ho letto una scritta che mi ha fatto sorridere e pensare: “Rovina le tue amicizie”.
Provocatoria, dura, ma tremendamente vera quando parliamo di impresa.
 

Mai fare impresa con amici (o parenti)

Perché a Molfetta, in Puglia, nei primi anni della Cooperativa L’Immagine l’ho imparato sulla mia pelle che fare società con amici può significare incrinare rapporti che pensavi indistruttibili.

I litigi sugli orari, le discussioni su come spendere quei pochi spiccioli, la richiesta impossibile di “garanzie” quando non c’era neanche l’affitto pagato… tutto questo logora.
E alla fine alcuni se ne andarono sbattendo la porta.
ps: se il tuo migliore amico ti propone di aprire un’attività, chiedigli: “Sei pronto a litigare con me per tre anni?”. Se risponde sì, forse ha capito.
 

Eppure da lì è partito tutto

“Chi sei? Togliti la maschera! Io non ti apro!”
Così urlava mia madre dallo spioncino, quando tornai a casa truccato dall’ExpoArte di Bari dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti.
Una provocazione artistica, ma anche una metafora perfetta di quei primi anni: quando provi a cambiare pelle, nessuno ti riconosce.
 

Dalla Molfetta degli anni ’80 al sogno di un’impresa

Nel 1980, nessuno ovviamente parlava di startup.
Eppure noi avevamo appena fondato la Cooperativa L’Immagine: un gruppo di diciottenni idealisti, un telaio serigrafico mezzo rotto e la folle ambizione di avviare un’impresa creativa con poche lire in tasca.
In famiglia mi guardavano come uno che vende sabbia nel Sahara: “Ma davvero pensate di vivere di questo?”.

La risposta onesta? Non ne ero sicuro. Ma ci provavamo comunque.
 
 

Creatività + IVA = Impresa

Fare impresa creativa significa bilanciare l’anima dell’artista (che vuole bellezza) con quella del commercialista (che vuole fatture pagate).
Nel mezzo c’ero io, con i piatti lavati nei weekend e i sogni a riempire le notti.
Quel progetto imprenditoriale era fragile e imperfetto, ma dentro c’era una visione. E la testardaggine di realizzarla.
 

La lezione dopo 45 anni

Il vero capitale non è mai stato il denaro, ma la nostra ostinazione.
Sognare è un lavoro serio: richiede disciplina, coraggio, un pizzico d’incoscienza e la capacità di trasformare idee in azioni anche quando tutti ti dicono che sei folle.
Fare impresa creativa significa assumersi il rischio del sogno e trasformarlo in futuro.

Vale per ogni singolo piatto lavato.

 

Anche tu stai trasformando un sogno in impresa?
 
Scrivimi qui info@gaetanoarmenio.it perché condividere esperienze è il primo passo per renderle più forti oppure dai una lettura a https://www.gaetanoarmenio.it/blog/cooperativa-limmagine.html