gaetano-armenio-blog.webp

BLOG

contenuto-img1

23 settembre 2026

Quattro ore a bordo dei pescherecci per la sagra a mare di Molfetta, festa di Maria SS dei Martiri, patrona della città.

Il sacro, il profano e un cartello letto al contrario.

 

Che ci faccio io qui. Dentro la sagra a mare di Molfetta

"Che ci faccio io qui?" è una domanda che mi sono fatto più volte nella vita, professionale e non. Arriva quando ti senti fuori posto, quando la tua presenza in un luogo non ha una ragione evidente. Poi però la voglia di esplorare territori nuovi mi spinge sempre a provarci, perché la curiosità è un male incurabile. Per fortuna, aggiungo io.

Dal peschereccio il "W MARIA" si legge al contrario, e ci ho messo qualche secondo a riconoscerlo, poi ho pensato che fosse la cosa più onesta che avrei visto in tutto il pomeriggio.

 

Mi aveva invitato Mimmo Facchini, amico ed ex armatore, per due ragioni che si tengono insieme, perché mi considera un fotoamatore capace e perché quest'anno il sorteggio aveva premiato il peschereccio di suo cugino, il Nuovo Saturno, dato che a Molfetta chi porta la statua in mare non lo decidono i soldi né il nome ma un'estrazione, e quando capita difficilmente ricapita.

 

Mi ha chiesto di salire per la sagra a mare dell'8 settembre, la festa di Maria Santissima dei Martiri, quattro ore dalle sedici alle venti senza la possibilità di scendere, e ho accettato tardi e anche un po' male, più per curiosità che per coraggio.

 

Il lato comodo della transenna

Di riti patronali mi occupo dal 2006, con Settimana Santa in Puglia e poi con Patroni di Puglia, e sono anni che costruisco racconti sulla devozione popolare stando però sempre dalla parte dello spettatore, con il posto buono, la luce studiata e la libertà di andarmene quando mi pare.

 

A bordo quella libertà non esiste, ed è questo che cambia tutto, perché nelle prime due ore non ho fatto altro che inciampare dappertutto e sbattere la testa contro boccaporti pensati per uomini più bassi di me, mentre il mio unico pensiero era non finire in acqua, il che vuol dire che l'antropologia, vista da dentro, si fa soprattutto con le ginocchia.

 

Mi sono ritrovato immerso in un'umanità che non conoscevo, facce mai viste prima di allora, e a Molfetta è una cosa che non succede, perché non vivo in una grande città e qui la gente la conosci almeno di vista. Loro no. Nessuno.

 

Quello che da terra non si vede

Poi a un certo punto ho smesso di difendermi e ho guardato, e c'era un uomo anziano che batteva la grancassa in piedi su assi che si muovevano, e uno che si tuffava vestito mentre alle sue spalle scorreva il Duomo, e un frate che parlava ai marinai gesticolando verso il porto, e tra due tavole del ponte un cartoncino azzurro con stampato Ave Maria, caduto e calpestato, che nessuno per tutto il pomeriggio si è preso la briga di raccogliere. Si cantava, si ballava e si pregava.

 

Ed è questo che da terra non si coglie, perché qui il sacro e il profano non si danno il cambio ma convivono nello stesso metro di ponte e nello stesso minuto, tanto che quel pomeriggio Maria Santissima dei Martiri viaggiava sulla coperta di una barca intitolata a un dio romano, e nessuno ci aveva fatto caso, io per primo.

 

Alle venti sono sceso distrutto, con la sensazione di avere passato quindici anni a fotografare il lato che la festa mostra ai forestieri.

 

photo by Gaetano Armenio

contenuto-img1

31 agosto 2026

Le maschere antropologiche di Tricarico mi aspettavo di raccontarle con la macchina fotografica. Invece la Pro Loco mi ha chiesto di sedermi a un tavolo e discutere di turismo, turismo culturale ci aggiungo io.

 

Quando il rito diventa spettacolo

Il titolo dell'incontro, sabato 5 settembre alle 10:45 nella Villetta Comunale Massaioli, è diretto: "Le tentazioni del turismo". Succede dentro la XV edizione del Raduno Internazionale delle Maschere Antropologiche di Tricarico (mt), in Basilicata, dove quest'anno sedici gruppi da Spagna, Portogallo, Bulgaria, Ecuador, Bolivia e Perù sfilano accanto alle vacche e ai tori del paese, “l'Mash-kr” la maschera che nasce dalla festa di Sant'Antonio Abate del 17 gennaio.

 

Il raduno esiste dal 2011, voluto dalla Pro Loco e dal Comune per aprire il centro storico arabo-normanno a un pubblico che viene da fuori. Tre giorni tra sfilate, stand enogastronomici e convegni, con un tema che dice già tutto: "Maschere e sapori dal mondo".

La tentazione è sempre la stessa, in ogni territorio che ho attraversato negli ultimi vent'anni: trasformare un rito in un prodotto perché attira più gente, e scoprire dopo che la gente arrivava proprio perché non era un prodotto.

 

Non si va da soli

Al tavolo, insieme a un'antropologa dell'Unibas, alla direttrice generale dell'APT Basilicata, a un giornalista documentarista e al coordinatore del progetto MASKS per il CNA di Matera, porterò una convinzione che non nasce venerdì: quando parli da solo il mondo fa fatica ad ascoltarti.

 

L'ho verificato tre volte. Nel 2008 ho messo insieme ventidue comuni pugliesi attorno ai ai riti della Settimana Santa. Nel 2011, con l'allora assessora regionale al turismo Silvia Godelli, ho fatto lo stesso con le feste patronali: è nato così il brand Patroni di Puglia, trentadue comuni. Nel 2021, in piena pandemia, la stessa idea è diventata Pugliautentica.it la Puglia che non hai mai visto: quattordici comuni, quindici aziende agroalimentari, una proposta sola invece di quindici voci scollegate.

 

Tre reti, una regola

Tre reti diverse, la stessa regola: una tradizione da sola non diventa un prodotto vendibile sui mercati turistici nazionali e internazionali. Serve un'identità riconoscibile, autentica, non gonfiata. E dietro l'identità una vera attività di promozione e commercializzazione, non solo il racconto. Non sono sicuro che basti dirlo. So che l'ho visto funzionare quando ho seguito la campagna europea del progetto MASKS tra i caretos di Bragança e le maschere zooforme di mezza Europa: senza la rete di dodici partner che tiene insieme il progetto, ogni maschera sarebbe rimasta un fatto locale.

 

Come si fa conoscere una tradizione senza farla sparire dentro il proprio successo. Il mestiere della comunicazione, fatto bene, non snatura le maschere antropologiche di un paese. Le protegge.

A Tricarico si prova a fare lo stesso, con vacche, tori e campanacci al posto dei caretos. È lo stesso problema di cento piccoli borghi italiani che aprono le porte senza sapere quanto spalancarle.

Vedremo cosa emerge dal confronto, il 5 settembre.

 

La tavola rotonda e chi ci sarà

Al tavolo di "Le tentazioni del turismo", insieme a me (che mi occupo della comunicazione del progetto europeo MASKS) ci sono:

Margherita Sarli, direttore generale dell'APT Basilicata; Vita Santoro, antropologa e coordinatrice Unibas del progetto MASKS; Marina Berardi, antropologa e fotografa; Antonio Di Biase, della Cooperativa Nuova Atlantide; Donatello Caivano, amministratore de "Il volo dell'angelo"; Leo Montemurro, presidente CNA Matera e coordinatore del progetto MASKS; Lorenzo Scaraggi, giornalista e documentarista.

 

Il referente organizzativo per la Pro Loco Tricarico è Giuseppe Fedele.

 

 

 

contenuto-img1

11 agosto 2026

La XIV edizione del Sovereto Festival a Terlizzi, dal 21 al 23 agosto, ha per tema Migrazioni. Racconto come ho costruito la comunicazione dell'evento.

 

MIGRAZIONI, e la mia prima partenza

Un murale, fotografato su un muro qualsiasi. Un uomo fermo accanto a una macchina, e sopra una scritta: «non è un paese per vecchi». L'ho scattato io, e ho deciso che sarebbe stata l'anteprima di questo pezzo. Perché la migrazione ce la immaginiamo sempre giovane, e invece parte a ogni età.

 

Il tema della XIV edizione del Sovereto Festival, dal 21 al 23 agosto a Terlizzi, è "MIGRAZIONI". Al plurale, che è il punto. Popoli, lingue, suoni, memorie. Della comunicazione mi occupo io, di nuovo, e su questa parola ci ho girato intorno a lungo.

 

La prima volta che sono partito

Avevo diciotto anni. Partii per Milano. Non ricordo la valigia, ricordo la sensazione: che la vita vera cominciasse da un'altra parte, e che io dovessi raggiungerla. Poi sono tornato in Puglia, e da qui non mi sono più mosso davvero. Ma quella partenza me la porto ancora addosso. Chi è partito una volta riconosce gli altri che partono. Basta uno sguardo alla stazione.

Ecco perché quel murale mi ha fermato. L'uomo accanto alla macchina potrei essere io a diciotto anni. Potresti essere tu.

 

Poi ho capito una cosa. Dal 1980 non ho mai traslocato, ma ho cambiato mestiere più volte: vendite, grafica, editoria, packaging. Si migra anche restando fermi. Basta cambiare l'orizzonte, non l'indirizzo.

 

La musica cammina, e il suo direttore pure

Ogni suono che conosciamo viene da un altrove. Il blues è la fatica dei campi diventata voce. Il jazz è un porto. Le launeddas sarde sono più antiche di quasi tutto, eppure suonano nuove. Mettere insieme sonorità mediterranee, jazz, sarde e contemporanee non è riempire un cartellone. È mostrare che una cultura sta in piedi solo quando incontra le altre.

 

La direzione artistica è di Giovannangelo de Gennaro. Lo stesso iperansioso che, ai tempi del Festival Viator, mi bombardava di programmi su WhatsApp mentre gli mandavo «Molto calmo» di Neffa, senza alcun effetto. Ma Giovannangelo è un camminatore vero, uno che attinge dalle vie francigene, dal silenzio tra una nota e l'altra. E un festival sulle Migrazioni lo affidi proprio a uno così. A chi ha fatto della musica un cammino.

Un'impronta, in fondo, è la prova che qualcuno è passato. Non che si è fermato. Come me a diciotto anni. Come quell'uomo sul muro, che no, non aspetta il permesso di nessuno per rimettersi in strada.

 

Sovereto Festival 2026: date, luogo e informazioni

La XIV edizione del Sovereto Festival si tiene a Borgo Sovereto, a Terlizzi (ba), da venerdì 21 a domenica 23 agosto 2026. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero e gratuito.

 

Per tre giorni il borgo diventa uno spazio culturale diffuso: concerti, incontri, presentazioni di libri, laboratori per bambini e adulti, esperienze di canto corale, installazioni artistiche e il mercato delle autoproduzioni. La musica attraversa jazz, world music, repertori popolari e sperimentazione contemporanea.

 

Direzione artistica di Giovannangelo de Gennaro, con il patrocinio del Comune di Terlizzi, Assessorato alla Cultura.

 

Il programma delle tre serate

Venerdì 21 agosto

h 20.00 Presentazione di "Me la sono andata a cercare. Diari di una reporter di guerra" (Laterza 2025). L'autrice Giuliana Sgrena dialoga con Gianpaolo Altamura. Saluti istituzionali del Sindaco Michelangelo De Chirico e dell'Assessora alla Cultura Daniela Zappatore. In collaborazione con il gruppo di ricerca S/Murare il Mediterraneo.

h 21.30 Andrea Marchesino, Gargano Blues. Andrea Marchesino chitarre, Andrea Resce basso, Michele de Costanzo batteria.

Sabato 22 agosto

h 18.30 nei pressi di Suberito Bar. Semi dal mondo, eco-laboratorio a cura di BimBumBam, per bambini dai 5 anni in su.

h 19.00 Traversa del Santuario. Presentazione di "La rosa di Gaza" (Les Flâneurs 2026). La co-curatrice Lucia Cupertino dialoga con Pasquale Vitagliano, con l'intervento di Mariastella Dilillo, Antenna Medici Senza Frontiere di Barletta.

h 20.30 Lisa Manosperti, Uncaged Bird, tributo ad Abbey Lincoln. Lisa Manosperti voce, Roberto Ottaviano sassofoni, Umberto Petrin pianoforte.

h 22.00 Moving Clouds, Oltre confine, live trentennale. Giuseppe Porsia flauti e chitarra, Luigi Sforza chitarre, Marcello Zinni pianoforte e tastiere, Giorgio Vendola contrabbasso e basso elettrico, Michele Perruggini batteria e percussioni.

Domenica 23 agosto

h 10.00 nel Borgo. Coro sociale, laboratorio sulla voce come fonte sonora. Lezione en plein air a cura di Giovannangelo de Gennaro.

h 18.30 nei pressi di Suberito Bar. Approdi, di città in città, laboratorio di scrittura e lettura a cura di Le Città Invisibili, per bambini dai 5 anni in su.

h 19.00 Traversa del Santuario. Andiamo a fare la Merica, la grande emigrazione italiana negli USA. Lezione en plein air a cura di Francesco Vino.

h 20.30 Gavino Murgia, Sonos Disterraos. Sassofoni, sulitu, launeddas, bassu a tenore, samplers.

h 22.00 Duo Petti & Molino, Jouer de la musique. Manuel Petti fisarmonica, Marco Molino vibrafono e percussioni.

 

Per tutta la durata del festival

"Festa Maggiore Terlizzi, Sovereto", installazione fotografica di Maria Pansini. Dalle h 18.00 il mercatino delle autoproduzioni.

 

 

contenuto-img1

30 luglio 2026

Quell'estate del 2023 avevo un solo problema, e si chiamava sold out. Il concerto di Alice a Molfetta, dentro il Festival Viator, al Parco di Ponente, con un biglietto da 25 euro che in agosto, mentre mezza provincia di Bari organizzava eventi ogni sera, era come mettersi a vendere gelati al Polo Nord.

 

Io mi occupavo della comunicazione, che poi è un modo elegante per dire che ero il responsabile ufficiale del disastro, nel caso il disastro fosse arrivato.

 

Il giorno prima, l'errore di essere felici

Il miracolo arrivò comunque, e facemmo il tutto esaurito. Giovannangelo de Gennaro e Michele Lobaccaro, i direttori artistici, mi fecero i complimenti, e io mi gonfiai come una vela e andai a dormire il sonno del giusto, che a ripensarci è sempre il preludio a qualcosa.

 

C'è una regola che avrei dovuto imparare dal 1980: non essere mai troppo felice il giorno prima, perché porta sfortuna e ti espone agli scogli.

 

Il paradiso, sponsorizzato

La mattina dopo uscii in bici e raggiunsi la mia spiaggia preferita, deserta a quell'ora. Mi tuffai, quattro bracciate e mi stesi sugli scogli con le cuffie con un po' di musica ambient. Se avessi potuto farmi una foto in quel momento, l'avrei intitolata "L'uomo che ha capito tutto della vita". Durò il tempo di una suoneria.

 

Gaetano, è successo un casino: il concerto di Alice a Molfetta rischia di saltare

Era Giovannangelo, che di suo ha un'ansia strutturale, di quelle che si portano dietro come una borsa da lavoro, e che quella mattina aveva trovato finalmente una ragione all'altezza: «Gaetano, è successo un casino». Nessun preambolo, nessun giro di parole. Alice era caduta la sera prima a Otranto, si era fratturata la caviglia, e il concerto rischiava di saltare.

Mi salì addosso prima una vampata di calore e poi la sensazione precisa che stessi per svenire lì, con la musica ambient che continuava imperterrita a rilassarmi mentre io morivo. Non riuscivo nemmeno a parlare, e avevo in testa una sola immagine:mille e più persone in fila a chiedere indietro 25 euro a testa mentre io provavo a spiegare la meteorologia delle caviglie.

 

La sedia della salvezza

Poi arrivò la seconda telefonata, quella buona: Alice avrebbe suonato lo stesso, bastava trovarle una sedia a rotelle. E vi assicuro che mai nella storia dell'umanità una sedia a rotelle è stata cercata con tanta devozione. La trovai, e quella sera Alice cantò con la caviglia fasciata e la voce esattamente dove doveva stare, e fu uno dei concerti più belli che ricordi.

 

La bellezza dell'imperfezione, che di solito spiego dentro slide eleganti, quella sera stava tutta in uno sgabello, l'oggetto meno scenografico del mondo, e in un uomo che dodici ore prima aveva rischiato di annegare nella propria felicità.

Non è proprio una morale, ma se posso lasciarvi qualcosa è questo: godetevi pure il sold out, però tenete le cuffie basse, perché la telefonata arriva sempre nel momento esatto in cui pensate di aver capito tutto.

 

 

contenuto-img1

13 luglio 2026

Una verità che si dice a bassa voce.

 

Penso una cosa che pochi comunicatori ammetteranno mai: quando parli ai "vastasi", devi usare il loro stesso linguaggio. Le parole gentili non bucano. Le campagne istituzionali "Aiutiamo la nostra città" si appiccicano al cartellone come si appiccica un'etichetta a una bottiglia bagnata: cadono dopo due giorni.

 

Per l'ennesima volta, la mia città si era trasformata in una latrina a cielo aperto. Da un lato i soliti noti molfettesi che hanno poco rispetto del bene comune, dall'altro le istituzioni (Comune e affini) che facevano finta di non vedere. E allora nell'estate del 2009, dissi: "proviamo con una campagna di affissioni, a nostre spese. Chissà se qualcuno si redime."

 

Il giorno in cui suonò il telefono

Molfetta, 2009. Squillò il telefono. Tono perentorio: "COPRITELI quei manifesti!". Era il Sindaco-Senatore, a dir poco inc...zato. Poco dopo mi convocò il Presidente dell'ASM, furioso perché quella campagna era stata lanciata «a sua insaputa». Peccato che fosse autofinanziata dall'Associazione Opera, e che non gli appartenesse.

 

Sul cartellone, in giallo segnale di pericolo: "Per strada non fare il pezzo di merda". Sull'ondata successiva: «Liscio, gasato o vastaso?», «Sapore di sale o sapore di maiale?». E alla fine il colpo di teatro: un concorso aperto a tutta la città, per scegliere insieme l'ultimo slogan.

 

Perché la comunicazione che disturba funziona

Nello stesso periodo, decine di Comuni italiani spendevano migliaia di euro in campagne sul decoro urbano firmate da agenzie nazionali: tutte impeccabili, tutte dimenticabili. La nostra costò poco e ancora oggi molti la ricordano. Non per il merito. Per il fastidio.

 

Funzionò perché usava la lingua della strada, non quella dell'ufficio. Non chiedeva permesso. E chiamava le cose per nome. Lo scandalo nelle stanze dei bottoni durò qualche settimana. La conversazione in città molto di più.

 

 

Quella telefonata, e l'altra

La telefonata del Sindaco-Senatore, oggi, la racconto come una piccola medaglia. Ma la prova che la campagna funzionasse davvero arrivò da un altro telefono: un giornalista di Repubblica mi chiamò perché lo slogan era arrivato fino alla sua redazione. La stessa frase che a Molfetta volevano coprire, fuori da Molfetta meritava un articolo.

 

Quando un'istituzione ti dice di coprire qualcosa e una testata nazionale ti chiama per parlarne, di solito hai centrato il punto.

Il resto della storia è nella scheda del progetto.

 

 

contenuto-img1

22 giugno 2026

La comunicazione di Nave Italia: progettare l’identità visiva di un evento dedicato all’inclusione soffrendo il mal di mare.

 

Il telefono che non smette

Corrado mi telefona da più di un mese. Più volte al giorno. La mattina presto, poi a metà pomeriggio, poi la sera quando ormai pensavo di averla sfangata. È sua l'idea di portare Nave Italia a Molfetta, ed è ansioso come si è ansiosi quando una cosa grande dipende da troppe persone insieme.

Ogni telefonata gli ripeto la stessa frase: calma e sangue freddo. Non serve, lo so, ma è il mio modo di stargli vicino. Io sono socio de Il Popolo Granchio, l'associazione che organizza.

Le sue telefonate non le posso ignorare. E, a essere sincero, non voglio.

 

Tenere tutti dentro un foglio solo

Mi hanno chiesto di curare la comunicazione di una nave. Io, che soffro il mal di mare e su quella nave non salirò mai. Forse è proprio per questo che la racconto bene. La guardo da terra, come la guarderà la gente. Perché qui non c'era da annunciare una festa. C'era da tenere insieme la Marina Militare, la Fondazione Tender To Nave Italia, la Capitaneria di Porto, la Regione Puglia e nove associazioni che ogni giorno lavorano con la disabilità. Loghi che pesano, gerarchie che non ammettono errori, un unico foglio dove tutto deve respirare senza soffocarsi.

 

Ho costruito l'identità visiva attorno alla nave, non attorno agli enti.

 

La fotografia del brigantino occupa lo spazio, le sigle stanno dove devono senza rubare la scena. Chi arriva sabato capisce il programma in pochi secondi. Chi vuole salire la domenica trova gli orari senza cercarli. Perché Nave Italia non è una parata. È il più grande brigantino a vela operativo al mondo, e a bordo le persone con disabilità e fragilità imparano l'autonomia attraverso la vita di mare. Una cosa seria, raccontata senza pietismo.

 

La parte difficile del mio lavoro è stata questa: dire una cosa delicata senza farla pesare. E poi, certo, assorbire l'ansia di chi l'ha sognata. Corrado telefonava per controllare. Io rispondevo per rassicurare.

 

La banda che ho voluto io

La Banda Santa Cecilia. Una nave così non arriva nel silenzio di un molo qualunque, arriva accolta. Venerdì 26 giugno, alle sei del pomeriggio, quando il brigantino attracca nel porto di Molfetta, ci saranno gli ottoni a dirgli che è atteso. Io sarò lì.

 

Coi piedi all'asciutto, come sempre. Ad ascoltare la banda e a guardare una nave che ho raccontato per intero senza mai salirci sopra.

 

INFO PRATICHE

Dal 27 al 29 giugno, porto di Molfetta.

 

Nave Italia a Molfetta, la scheda del progetto

Guarda la fotogallery