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Molfetta 30 luglio 2026

Quell'estate del 2023 avevo un solo problema, e si chiamava sold out. Il concerto di Alice a Molfetta, dentro il Festival Viator, al Parco di Ponente, con un biglietto da 25 euro che in agosto, mentre mezza provincia di Bari organizzava eventi ogni sera, era come mettersi a vendere gelati al Polo Nord.

 

Io mi occupavo della comunicazione, che poi è un modo elegante per dire che ero il responsabile ufficiale del disastro, nel caso il disastro fosse arrivato.

 

Il giorno prima, l'errore di essere felici

Il miracolo arrivò comunque, e facemmo il tutto esaurito. Giovannangelo de Gennaro e Michele Lobaccaro, i direttori artistici, mi fecero i complimenti, e io mi gonfiai come una vela e andai a dormire il sonno del giusto, che a ripensarci è sempre il preludio a qualcosa.

 

C'è una regola che avrei dovuto imparare dal 1980: non essere mai troppo felice il giorno prima, perché porta sfortuna e ti espone agli scogli.

 

Il paradiso, sponsorizzato

La mattina dopo uscii in bici e raggiunsi la mia spiaggia preferita, deserta a quell'ora. Mi tuffai, quattro bracciate e mi stesi sugli scogli con le cuffie con un po' di musica ambient. Se avessi potuto farmi una foto in quel momento, l'avrei intitolata "L'uomo che ha capito tutto della vita". Durò il tempo di una suoneria.

 

Gaetano, è successo un casino: il concerto di Alice a Molfetta rischia di saltare

Era Giovannangelo, che di suo ha un'ansia strutturale, di quelle che si portano dietro come una borsa da lavoro, e che quella mattina aveva trovato finalmente una ragione all'altezza: «Gaetano, è successo un casino». Nessun preambolo, nessun giro di parole. Alice era caduta la sera prima a Otranto, si era fratturata la caviglia, e il concerto rischiava di saltare.

Mi salì addosso prima una vampata di calore e poi la sensazione precisa che stessi per svenire lì, con la musica ambient che continuava imperterrita a rilassarmi mentre io morivo. Non riuscivo nemmeno a parlare, e avevo in testa una sola immagine:mille e più persone in fila a chiedere indietro 25 euro a testa mentre io provavo a spiegare la meteorologia delle caviglie.

 

 

La sedia della salvezza

Poi arrivò la seconda telefonata, quella buona: Alice avrebbe suonato lo stesso, bastava trovarle una sedia a rotelle. E vi assicuro che mai nella storia dell'umanità una sedia a rotelle è stata cercata con tanta devozione. La trovai, e quella sera Alice cantò con la caviglia fasciata e la voce esattamente dove doveva stare, e fu uno dei concerti più belli che ricordi.

 

La bellezza dell'imperfezione, che di solito spiego dentro slide eleganti, quella sera stava tutta in uno sgabello, l'oggetto meno scenografico del mondo, e in un uomo che dodici ore prima aveva rischiato di annegare nella propria felicità.

 

Non è proprio una morale, ma se posso lasciarvi qualcosa è questo: godetevi pure il sold out, però tenete le cuffie basse, perché la telefonata arriva sempre nel momento esatto in cui pensate di aver capito tutto.

 

 

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13 luglio 2026

Una verità che si dice a bassa voce

 

Penso una cosa che pochi comunicatori ammetteranno mai: quando parli ai "vastasi", devi usare il loro stesso linguaggio. Le parole gentili non bucano. Le campagne istituzionali "Aiutiamo la nostra città" si appiccicano al cartellone come si appiccica un'etichetta a una bottiglia bagnata: cadono dopo due giorni.

 

Per l'ennesima volta, la mia città si era trasformata in una latrina a cielo aperto. Da un lato i soliti noti molfettesi che hanno poco rispetto del bene comune, dall'altro le istituzioni (Comune e affini) che facevano finta di non vedere. E allora nell'estate del 2009, dissi: "proviamo con una campagna di affissioni, a nostre spese. Chissà se qualcuno si redime."

 

Il giorno in cui suonò il telefono

Molfetta, 2009. Squillò il telefono. Tono perentorio: "COPRITELI quei manifesti!". Era il Sindaco-Senatore, a dir poco inc...zato. Poco dopo mi convocò il Presidente dell'ASM, furioso perché quella campagna era stata lanciata «a sua insaputa». Peccato che fosse autofinanziata dall'Associazione Opera, e che non gli appartenesse.

 

Sul cartellone, in giallo segnale di pericolo: "Per strada non fare il pezzo di merda". Sull'ondata successiva: «Liscio, gasato o vastaso?», «Sapore di sale o sapore di maiale?». E alla fine il colpo di teatro: un concorso aperto a tutta la città, per scegliere insieme l'ultimo slogan.

 

Perché la comunicazione che disturba funziona

Nello stesso periodo, decine di Comuni italiani spendevano migliaia di euro in campagne sul decoro urbano firmate da agenzie nazionali: tutte impeccabili, tutte dimenticabili. La nostra costò poco e ancora oggi vmolti la ricordano. Non per il merito. Per il fastidio.

 

Funzionò perché usava la lingua della strada, non quella dell'ufficio. Non chiedeva permesso. E chiamava le cose per nome. Lo scandalo nelle stanze dei bottoni durò qualche settimana. La conversazione in città molto di più.

 

 

Quella telefonata, e l'altra

La telefonata del Sindaco-Senatore, oggi, la racconto come una piccola medaglia. Ma la prova che la campagna funzionasse davvero arrivò da un altro telefono: un giornalista di Repubblica mi chiamò perché lo slogan era arrivato fino alla sua redazione. La stessa frase che a Molfetta volevano coprire, fuori da Molfetta meritava un articolo.

 

Quando un'istituzione ti dice di coprire qualcosa e una testata nazionale ti chiama per parlarne, di solito hai centrato il punto.

Il resto della storia è nella scheda del progetto.

 

 

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22 giugno 2026

La comunicazione di Nave Italia: progettare l’identità visiva di un evento dedicato all’inclusione soffrendo il mal di mare.

 

Il telefono che non smette

Corrado mi telefona da più di un mese. Più volte al giorno. La mattina presto, poi a metà pomeriggio, poi la sera quando ormai pensavo di averla sfangata. È sua l'idea di portare Nave Italia a Molfetta, ed è ansioso come si è ansiosi quando una cosa grande dipende da troppe persone insieme.

Ogni telefonata gli ripeto la stessa frase: calma e sangue freddo. Non serve, lo so, ma è il mio modo di stargli vicino. Io sono socio de Il Popolo Granchio, l'associazione che organizza.

Le sue telefonate non le posso ignorare. E, a essere sincero, non voglio.

 

Tenere tutti dentro un foglio solo

Mi hanno chiesto di curare la comunicazione di una nave. Io, che soffro il mal di mare e su quella nave non salirò mai. Forse è proprio per questo che la racconto bene. La guardo da terra, come la guarderà la gente. Perché qui non c'era da annunciare una festa. C'era da tenere insieme la Marina Militare, la Fondazione Tender To Nave Italia, la Capitaneria di Porto, la Regione Puglia e nove associazioni che ogni giorno lavorano con la disabilità. Loghi che pesano, gerarchie che non ammettono errori, un unico foglio dove tutto deve respirare senza soffocarsi.

 

Ho costruito l'identità visiva attorno alla nave, non attorno agli enti.

 

La fotografia del brigantino occupa lo spazio, le sigle stanno dove devono senza rubare la scena. Chi arriva sabato capisce il programma in pochi secondi. Chi vuole salire la domenica trova gli orari senza cercarli. Perché Nave Italia non è una parata. È il più grande brigantino a vela operativo al mondo, e a bordo le persone con disabilità e fragilità imparano l'autonomia attraverso la vita di mare. Una cosa seria, raccontata senza pietismo.

 

La parte difficile del mio lavoro è stata questa: dire una cosa delicata senza farla pesare. E poi, certo, assorbire l'ansia di chi l'ha sognata. Corrado telefonava per controllare. Io rispondevo per rassicurare.

 

La banda che ho voluto io

La Banda Santa Cecilia. Una nave così non arriva nel silenzio di un molo qualunque, arriva accolta. Venerdì 26 giugno, alle sei del pomeriggio, quando il brigantino attracca nel porto di Molfetta, ci saranno gli ottoni a dirgli che è atteso. Io sarò lì.

 

Coi piedi all'asciutto, come sempre. Ad ascoltare la banda e a guardare una nave che ho raccontato per intero senza mai salirci sopra.

 

NFO PRATICHE

Dal 27 al 29 giugno, porto di Molfetta.

 

Link alla scheda Progetto: /progetti/nave-italia-molfetta.html

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8 giugno 2026

I fiori arrivati senza preavviso

 

2006. Per mestiere gli omaggi floreali li mandavo io. Quella volta li ricevetti.

Per mestiere gli omaggi floreali li mandavo io. Ai clienti, agli auguri, alle inaugurazioni. Quella mattina del 2006, a fiera chiusa, il mio ufficio si riempì di fiori in arrivo. Per una volta stavo dall’altra parte del bancone. Qualche mese prima avevo cominciato a fare il giro della zona industriale di Molfetta con una proposta semplice: andare insieme alla Fiera del Levante di Bari, uno stand solo, condiviso. Non un consorzio, non un impegno per gli anni a venire, ma un esperimento con una data di inizio e una di fine. Una cosa la stabilimmo subito, io e il mio socio: Editrice L’Immagine non sarebbe entrata nello stand.

Si organizza meglio una festa a cui non sei tra gli invitati.

 

Uno alla volta, dissero sì

La reazione fu quella che conosco a memoria. “Ma noi siamo diversi, facciamo cose diverse.” E avevano ragione, perché Cattolica Popolare, Globeco, Gaudio, Giesse Impianti, Grossano Arredamenti, Inottica, Molfetta Outlet, Remec e Sitec stavano in nove settori che non si parlavano. Ma la proposta collettiva non si vende in assemblea, si vende a porte singole, una scrivania alla volta. Uno dopo l’altro dissero sì. Nessun bando, nessun contributo pubblico, ognuno mise la sua quota. Chi tira fuori soldi propri ragiona con un’attenzione diversa, e questo lo avevo imparato già dal 1980.

 

Un nome, non un indirizzo

Lo stand lo chiamai NOVEMERCANTIinFIERA e ne curai grafica e comunicazione, perché il visitatore doveva entrare in un luogo, non in nove insegne accostate per dividere l’affitto. Si entrava per una azienda e si usciva conoscendone nove. Funzionò. Contatti nuovi, buoni risultati, e tutti che già pregustavano l’edizione dopo. Nei mesi seguenti altre aziende della zona bussarono per esserci la volta successiva.

 

La volta successiva non arrivò. L’anno dopo ero dentro la Settimana Santa a Molfetta, e le energie presero in blocco quella strada. Un’edizione sola, dunque. Ma a ripensarci adesso, quei nove stand diventati uno erano già la stessa idea che avrei fatto crescere altrove: mettere insieme chi va per conto suo, e farne un territorio. Allora non lo sapevo. Stavo già guardando oltre. Per una settimana, comunque, la zona industriale di Molfetta aveva avuto un nome alla Fiera del Levante, non un indirizzo su una mappa.

 

I fiori, quella mattina, restano il modo più concreto che ho visto per dirlo.

 

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> Scopri la scheda del Progetto

 

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25 maggio 2026

«C' tand vtndaoin propr'a taech avevavn chiamà»

Una frase in dialetto bitontino, una sala riunioni e uno chef che si alzò in piedi. Dieci anni dopo, Emanuele Natalizio porta a Bitonto uno degli eventi gastronomici più importanti del 2026.

 

«C' tand vtndaoin propr'a taech avevavn chiamà.»

Con tanti bitontini, proprio a me dovevano chiamare. Si era alzato in piedi. Sala riunioni, Bitonto, 2016. Stavo coordinando insieme con l'allora Assessore Rocco Mangini, uno degli incontri partecipativi per costruire la guida turistica della città VISITBITONTO, operatori dell'accoglienza, ristoratori, associazioni. Uno di quei tavoli in cui ognuno porta il suo pezzo e alla fine dovrebbe venire fuori qualcosa di condiviso. Emanuele Natalizio, chef e patron de "Il Patriarca", aveva deciso che il suo pezzo era quello.

 

Preferì non rispondergli.

 

Come nasce una stima vera

Negli anni successivi ci siamo reincontrati più volte, sempre dentro il perimetro della promozione agroalimentare pugliese. Ogni volta con meno distanza. Emanuele è uno di quegli interlocutori che non ammorbidiscono le posizioni per fare bella figura: ti dicono quello che pensano e ti lasciano fare lo stesso. Con gli anni, ci siamo capiti. Senza mai dirlo esplicitamente.

 

Quello che ha costruito nel frattempo

Oggi Emanuele presiede l'Associazione Foglia d'Olio e il 1° giugno porta in Piazza Cattedrale una cena-evento costruita attorno all'olio extravergine di oliva come identità culturale: Euro-Toques Italia, il riconoscimento UNESCO della cucina italiana, quattro chef bitontini che firmano il percorso gastronomico, l'attore e regista Michele Placido ospite d'onore. Non è un evento. È una tesi. A dare peso alla serata ci sarà anche Enrico Derflingher, Presidente di Euro-Toques Italia, uno dei protagonisti del percorso che ha portato la cucina italiana a diventare Patrimonio Immateriale dell'Umanità UNESCO. Nel pomeriggio, dentro la Cattedrale, la mostra Olio d'Artista racconta il rapporto tra olio, arte e creatività contemporanea.

 

Prima della cena, un convegno sul valore culturale dell'EVO e sul futuro della cucina italiana come patrimonio identitario. Bitonto, città da sempre legata all'olivicoltura pugliese, fa da cornice a tutto questo. Non per caso. Quella mattina del 2016 mi aveva detto, in sostanza, che Bitonto meritava di più. Che chi lavora sul territorio deve avere il coraggio di pretendere standard più alti. Ci ha messo dieci anni. Ma ci è arrivato. Io sarò lì il 1° giugno. Come ospite, questa volta.

 

E come testimone di una traiettoria che, devo ammetterlo, non avevo previsto quella mattina in sala riunioni.

 

L'EVO incontra le Cucine UNESCO 1 giugno 2026 · Piazza Cattedrale / Bitonto

Programma: convegno pomeridiano + mostra Olio d'Artista in Cattedrale

Leggi il programma completo: https://www.pugliautentica.it/gli-eventi/bitonto-la-grande-cena-euro-toques-celebra-lolio-extravergine-doliva-e-la-cucina-italiana-patrimonio-unesco.html​

 

 

 

 

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20 maggio 2026

ll quarto capannone. E una rivista che nessuno aveva chiesto.

 

Gli Invisibili

Una città parallela senza nessuno che la raccontasse. Nel 1993, quando ci siamo insediati nella zona industriale di Molfetta, il nostro indirizzo operativo era "il quarto capannone". Non uno scherzo. Proprio così ci si orientava. Niente insegne, niente nomi: numeri d'ordine su recinzioni di lamiera. Come se tutto quello che succedeva là dentro non dovesse interessare a nessuno al di fuori di quelle recinzioni. E in effetti non interessava (e forse ancora oggi non interessa a molti).

 

Una città parallela senza nessuno che la raccontasse

La zona industriale di Molfetta nei primi anni Duemila era esattamente questo: una città parallela. Decine di aziende, centinaia di dipendenti, fatturati reali. Per la Molfetta "di sopra", poco più che una macchia sulla mappa. L'invisibilità non era colpa di nessuno. Era solo che non esisteva nessuno strumento pensato per raccontare quella realtà. Nel 2005 ho deciso che quell'invisibilità era un problema che potevo provare ad affrontare.

 

L'idea era semplice: uno strumento di comunicazione che facesse dialogare la zona industriale con la città. Che gli imprenditori si raccontassero. Che chi lavorava là dentro capisse di essere un motore di sviluppo per tutta Molfetta, non solo una periferia produttiva.

 

Nacque ZAPP IMPRESA. Rivista bimensile, anche in inglese. Interviste agli imprenditori, rubriche di formazione e informazione curate da professionisti della città. Due anni di pubblicazione e autofinanziata con pubblicità e reportage aziendali. La spedivo gratis alle camere di commercio italiane ed europee e in vendita nelle edicole di Molfetta.  Per la prima volta imprenditori, istituzioni e cittadini si trovavano nello stesso posto, con in mano uno strumento di comunicazione fatto apposta per farli dialogare, e parlavano della zona industriale come se li riguardasse tutti.

 

Quello che non ha funzionato ed è qui la parte interessante

Nel 2006 ho sospeso. Non chiuso. Sospeso. Nel 2007 stava partendo la prima campagna di promozione turistica dei riti pasquali molfettesi, e non riuscivo a tenere tutto in mano contemporaneamente. L'azienda, i Clienti, i problemi quotidiani... Qualcosa doveva cedere. Ha ceduto ZAPP IMPRESA. Non perché non funzionasse ma perché stava partendo qualcos'altro che mi sembrava più urgente, e non sono fatto per fare le cose a metà. È una scelta che rifarei. E una scelta che ogni tanto mi pesa ancora perchè in realtà era come se fosse nata una nuova start-up.

 

Quello che è rimasto

Due anni hanno dimostrato una cosa semplice: le aziende della zona industriale avevano storie da raccontare e un pubblico disposto ad ascoltarle. Non era scontato. Anni dopo quella stessa convinzione è diventata MolfettaExport.com: 69 aziende, un portale multilingue, la stessa idea di fondo. Ma questa è un'altra tappa che racconterò in seguito. Alcune idee arrivano troppo presto. Non significa che avessero torto.

 

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