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5 maggio 2026
Aglio, olio e peperoncino. Tre ingredienti. Niente fronzoli. Se li sbagli, si sente subito.
È anche il modo in cui lavoriamo da quarantacinque anni: essenziale, riconoscibile, con quel pizzico d’ironia che non ti aspetti.

 

Tuttofood Milano, 11–14 maggio. Stand T25, Hall 4.

Per la prima volta abbiamo uno spazio tutto nostro. Non un angolo condiviso. Non una presenza simbolica. Uno stand.
Piccola cosa, per chi non conosce il settore. Enorme, per chi ci lavora dal 1980.

 

Quello che non si vede dalla foto

Nella foto siamo in tre: Leonardo Piccinni, il nostro rappresentante. Stefano Salvemini, il mio socio.
E io, al centro, con l'aria di chi sa che questa edizione non è come le altre.
Non è come le altre perché Etichette L'Immagine fa parte adesso di Tikedo Label Group: 14 stabilimenti produttivi tra Italia, Spagna e Lituania.
Uno dei quattordici siamo noi. Quelli di Molfetta.
Chi si ferma al nostro stand non parla solo con noi tre: parla con una piattaforma produttiva che copre ogni esigenza del mercato food a tutto tondo.

 

L'etichetta non è un adesivo

Nel food, l'etichetta è il primo contatto tra un prodotto e chi lo compra. Decide se una bottiglia d'olio sembra artigianale o industriale.
Se uno scaffale parla o tace.
A Tuttofood portiamo campionari aggiornati, nuove linee per il settore food, tecnologie di stampa che fino a qualche tempo fa non avevamo.
Ma soprattutto portiamo un'abitudine: non vendere cataloghi ma costruire risposte ai problemi specifici di ogni cliente.
Se sei nel settore agroalimentare e vuoi capire cosa può fare un'etichetta giusta per il tuo prodotto, il T25 è il posto.

 

Scrivimi prima se vuoi fissare un momento: [link/contatto]

 

> www.etichettelimmagine.it

 

 

 

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21 aprile 2026
Mi avevano chiesto un manifesto e si ritrovarono con un sogno da trentamila euro.

Era un pomeriggio di dicembre 2006

Entrarono nel mio ufficio il dottor Franco Stanzione, allora priore della Confraternita della Morte, e il fotografo Antonio D’Agostino con la richiesta di progettare graficamente il manifesto per promuovere i riti processionali della Settimana Santa di Molfetta.
"Gaetano, vogliamo un bel manifesto per la Settimana Santa." 

 

Nello studio del fotografo

Qualche giorno dopo appuntamento presso lo Studio di D'Agostino, nel centro storico di Molfetta. Di fronte a me il priore, il cassiere e il segretario della Confraternita. Aspettavano il layout del manifesto da approvare.
Sul tavolo appoggiai una cartella dattiloscritta: un piano di promozione turistica dei riti pasquali molfettesi. Valore trentamila euro.
Il layout del manifesto, quello che mi avevano chiesto, non l'avevo nemmeno preparato.

 

Cadde il silenzio. Di quelli che sembrano lunghissimi. Antonio D'Agostino mi lanciò un'occhiata di traverso, il tipo di occhiata che significa ma cosa hai combinato.
Il cassiere e il segretario non dissero una parola. Il priore diventò rosso paonazzo e mi disse: «Ma noi non abbiamo trentamila euro.»
Gli chiesi quanto potesse mettere la Confraternita. Rispose: tremila.
"Bene. Il resto lo trovo io."
A quel punto i loro sguardi cambiarono una seconda volta. Il primo shock era stato il progetto al posto del manifesto. Il secondo fu capire che stavo parlando sul serio.

 

Avevo giocato d'azzardo provando ad alzare l'asticella puntando sull'aspetto emozionale del progetto, volevo regalare un "sogno", una visione: era una grossa sfida professionale e umana anche per me che poi si è dimostrata un'esperienza indimenticabile.
Era un ambiente, quello confraternale, che non conoscevo e che invece, vivendolo dall'interno, ne ho potuto apprezzare la grande qualità umana di chi ne fa parte.

 

Quello che non c’è in questo articolo

Come ho bussato alla porta di otto aziende del territorio e perché hanno detto sì tutte e otto. Come abbiamo portato Molfetta alla BIT di Milano e perché uno stand all’Aeroporto di Bari-Palese per due mesi interi.
Tutta la cassetta degli attrezzi, con i numeri che ho e quelli che onestamente non ho, l’ho raccolta nella scheda del progetto con una significativa fotogallery

 

E c’è un’altra cosa che tengo fuori. Dopo Pasqua, alla BIT e a Bari-Palese, cominciò a tornare una domanda.
Stessa domanda. Persone diverse, regioni diverse. All’inizio non rispondevo bene.
Poi ho capito che stava smontando il progetto del 2007 e ne stava costruendo un altro, molto più grande.

 

L’anno dopo, Molfetta non sarebbe più bastata. 
Le otto aziende che dissero sì, cosa successe davvero a Milano e a Bari-Palese, e come un progetto di città diventò un progetto di regione.

 

 

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27 marzo 2026
"Ma tu chi sei?" Quando una domanda in fiera vale più di un business plan
Allo stand della Regione Puglia, durante una fiera, una dirigente mi si avvicina. Mi guarda, un po' perplessa: "Ma tu chi sei?".
Domanda legittima. Davanti a lei c'era uno senza incarichi istituzionali, senza tessere, senza un ufficio regionale alle spalle.
Uno che però aveva convinto ventidue comuni pugliesi a versare una quota d'iscrizione per un progetto condiviso di promozione dei riti della Settimana Santa.
Ci pensai un secondo. Poi sorrisi.

 

Da "solo Molfetta" a tutta la Puglia

Dalla BIT di Milano, all'infopoint di Molfetta, nei corridoi delle fiere, la domanda era sempre la stessa: "Bellissimo… ma solo Molfetta? Non c'è altro in Puglia?".
Chi aveva vissuto le processioni al buio, i tamburi, il silenzio che pesa come pietra, voleva di più.
E quel "di più" esisteva.
Dal Gargano al Salento, ogni comune aveva i suoi riti pasquali, le sue processioni, le sue comunità che ogni anno si mettevano in moto.
Ma nessuno li raccontava insieme. Ogni paese andava per conto suo, come isole in un arcipelago senza mappa.

 

Nel 2008 ho cominciato a fare telefonate.

Prime adesioni: dieci comuni. Poi il passaparola, le riunioni. Dieci diventano ventidue.
Nasce una rete regionale, organizzata per itinerari: Gargano e Daunia, Puglia Imperiale, Bari e la Costa dei Trulli, Salento, Magna Grecia.
L'assessore Guglielmo Minervini mi mette in contatto con Massimo Ostillio, assessore al turismo.
L'idea piace. Il progetto diventa regionale.

 

Il lavoro che non si vede

Dietro le processioni c'è sempre un lavoro da artigiani.
Ricerca, analisi, un disciplinare di qualità per garantire accoglienza e servizi minimi.
Poi gli strumenti: una guida bilingue, un portale web, la presenza alle fiere, uno stand all'aeroporto di Bari per intercettare chi arriva e chi parte.
L'obiettivo era preciso: destagionalizzare. Usare la Settimana Santa in Puglia come motore di viaggio, non il solito mare d'estate.
Le radici al posto dell'ombrellone. Un'occasione per scoprire le bellezze del territorio dal punto di vista paesaggistico, artistico ed enogastronomico.

 

Le idee migliori non nascono in ufficio

Nascono ascoltando i turisti, i viaggiatori che fanno domande e chideono "autenticità",
Quella domanda "ma solo Molfetta?" era già la risposta. Bisognava solo prenderla sul serio.
E quando una dirigente ti chiede "ma tu chi sei?", forse è il segnale che il lavoro invisibile ha cominciato a farsi vedere.
Insomma nessuno mi aveva dato un incarico. Mi ero preso la responsabilità di ascoltare. A volte basta questo.

 

Se lavori nella promozione culturale o turistica e vuoi raccontarmi il tuo progetto, scrivimi.

 

 

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4 marzo 2026
1996–2026. Trent’anni di musica, identità e passione condivisa.
C’è una fotografia in mostra che mi ha fermato più delle altre. Una ragazza con gli occhi chiusi. Il clarinetto appoggiato alla fronte. Nessun pubblico, nessuna processione, nessuna divisa in primo piano. Solo concentrazione.
Quello scatto l’ho costruito e fotografato io.
Avevo davanti molti musicisti, ma ho scelto lei. Per il viso, per la delicatezza dell’espressione, ma soprattutto perché rappresenta perfettamente l’ambiente che ho trovato entrando nell’Associazione Musicale Santa Cecilia: un ambiente sorprendentemente giovane.
In quel momento ho capito anche come raccontare questi trent’anni.
Non con una semplice sequenza di fotografie, ma con una storia.

 

Costruire un evento culturale: trasformare memoria in racconto

Costruire un evento culturale significa proprio questo: trasformare immagini, memoria e persone in un racconto capace di parlare alla comunità.
È il lavoro che faccio da oltre quarantacinque anni, attraversando grafica, editoria, fotografia e progettazione culturale.
Ed è probabilmente anche il motivo per cui mi è stato chiesto di coordinare questa mostra.
La “meglio gioventù” non è uno slogan. Sono i ragazzi e le ragazze che ogni giorno frequentano l’associazione.
uelli che studiano, provano, sbagliano, riprovano.
Quelli che scelgono di dedicare tempo ed energia a qualcosa che non è solo esibizione, ma appartenenza.

 

Il 22 aprile 1996 quindici persone decisero che Molfetta meritasse una voce musicale propria. Da allora quella scelta è diventata percorso, scuola, disciplina, comunità.
Quando ho iniziato a lavorare alla mostra ho capito subito che non bastava celebrare un anniversario.
Bisognava restituire il senso di ciò che questa banda rappresenta per la città.
Per questo il percorso espositivo attraversa trent’anni di storia come un album di famiglia: dai fondatori ai giovani musicisti di oggi, dalle prove alle processioni, dalle feste patronali alle serate estive.

 

CONFESSIONE

Confesso che, mentre selezionavo le immagini, ho provato una punta di invidia. Non per i trent’anni di storia. Ma per quella determinazione silenziosa che vedo nei loro occhi. Per quella capacità di stare dentro una tradizione senza viverla come un peso, ma come un privilegio.

 

La banda musicale di Molfetta: identità territoriale che cresce dal basso

La Banda Santa Cecilia non è solo la colonna sonora della Settimana Santa, della festa patronale o del Natale tra i vicoli.
È un luogo di crescita. Una scuola di responsabilità collettiva. Una palestra di ascolto reciproco.
 
Ti aspetto a Molfetta (ba) alla Sala dei Templari fino al 9 aprile 2026.
Stai lavorando a un progetto di valorizzazione culturale nel tuo territorio? Hai un evento, una mostra, una storia da raccontare? Parliamone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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9 febbraio 2026
Una Valigia di Cartone per Raccontare l'Impresa
Ad un incontro pubblico svoltosi a Molfetta, la mia città, porto una valigia di cartone al posto delle slide: dentro, quarantacinque anni d'impresa raccontati attraverso immagini, memoria e la scelta di restare.

Bagaglio a mano

Quando mi hanno invitato a intervenire all'assemblea pubblica organizzata da alcuni movimenti civici di Molfetta sul valore dell'impresa, la prima cosa che ho fatto è stata scartare l'idea di una relazione scritta.
Avrei potuto farla. Slides ordinate, dati, grafici. Tutto corretto. Tutto inutile. Io sarei stato il primo ad annoiarmi.
Così ho preso una valigia di cartone. Quella vecchia, color avorio, che porto con me da anni. Non come metafora: proprio una valigia.
L'ho riempita di immagini e sono salito sul palco davanti a una sala gremita. Senza fogli da leggere.
A ruota libera.

 

La valigia non mente

Ho iniziato dicendo che quella valigia non parlava del passato. Parlava di una scelta. La stessa che, da queste parti, prima o poi si presenta a tutti: partire o restare.
Dentro quella valigia c'era il mio inizio. Diciott’anni, un diploma, nessun lavoro. Un gruppo di ragazzi che invece di aspettare decise di inventarselo.
Nessun piano industriale, nessuna strategia raffinata. Solo l'urgenza di fare qualcosa, qui.
Non sapevamo cosa ci aspettava. Ed è probabilmente per questo che abbiamo avuto il coraggio di cominciare.
Anni di lavoro, errori, aggiustamenti, porte chiuse e altre aperte all'improvviso. Ho raccontato cosa significa restare davvero: sbagliare sotto casa, incrociare gli stessi sguardi anche quando fallisci, non potertene andare quando le cose si complicano.
Restare non è una posa. È un'esposizione continua.
La sala ascoltava in silenzio. Ho parlato di territorio, identità, responsabilità. Di impresa come alternativa concreta alla rassegnazione.
Non come promessa, ma come possibilità.

 

Il valore si mostra, non si spiega

Il giorno dopo sono arrivati i messaggi. Qualcuno ha scritto: "Genio e sregolatezza che ha trasmesso l'anima dell'imprenditore."
Ho sorriso. Perché non c'era nessun genio. C'era solo una valigia piena di memoria e la scelta di non filtrarla.
Quella sera ho capito una cosa semplice: il valore dell'impresa non si spiega. Si mostra.
Non servono slides perfette. Servono oggetti veri, momenti che puoi far toccare con gli occhi. Serve il coraggio di aprire una valigia e dire: ecco cosa siamo stati, ecco cosa siamo diventati, con tutte le imperfezioni del viaggio.
Perché fare impresa, in fondo, è questo: non offrire certezze, ma dimostrare che scegliere è ancora possibile.
Anche se la scelta è restare.

 

Se vuoi portare un racconto d’impresa nel tuo territorio (scuola, associazione, ecc), parliamone.
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5 febbraio 2026
"Il Cliente Chiama Sempre Due Volte"
Gestione crisi cliente nel packaging: come un errore durante un'inaugurazione si trasformò in più di 30 anni di partnership. Storia vera di customer care che funziona.

 

Quando l'errore arriva nel momento sbagliato

1990 - "Gaetano, ha telefonato il dott. Milo: le etichette si staccano dalle bottiglie."
Francesca arrivò di corsa alla Sala dei Templari a Molfetta, proprio mentre stringevo la mano al sindaco davanti a una tela dell'Accademia di Brera.
Era il nostro momento di gloria: mostra d'arte contemporanea, ufficio appena aperto a Milano, il salto nell'editoria d'arte. E invece eccola lì, la realtà che ti ricorda chi sei davvero: uno che stampa etichette. Un colpo al cuore.

 

Gestire la crisi mentre tutti ti guardano

Mentre sorridevo alle autorità e facevo finta di ascoltare discorsi inaugurali, il mio cervello era già altrove. Danno economico per il cliente. Danno per noi. Reputazione a rischio. E quella vocina bastarda che ti sussurra: "Non sai dove sbattere la testa, vero?"
Ma l'hai già capito che in quel momento devi trovare la forza. Devi convincere te stesso prima ancora del cliente che una soluzione esiste, anche se al momento non la vedi. È come bluffare a poker, solo che qui non puoi permetterti di perdere.

 

L'unica regola del customer care che conta davvero

L'indomani andai dal dott. Milo senza scudi né scuse preconfezionate. Zero scaricabarile, zero "è colpa del fornitore", zero giri di parole. Solo: "È successo questo, la responsabilità è nostra, questa è la soluzione."
Perché vedi, puoi raccontargli tutte le catene produttive che vuoi, ma per il cliente l'azienda sei tu. Tu e basta. E se in quel momento cerchi di nasconderti dietro tecnicismi o colpe altrui, hai già perso tutto.

 

Da porta a porta al pastificio che suona rock

Era stato uno dei primi clienti conquistati fuori Molfetta. Dovevamo crescere, allargare gli orizzonti, uscire dalla comfort zone del campanile. E così partì il mio personalissimo tour porta a porta per la provincia. Frustrazione mista a determinazione. Fino a quando quell'oleificio di Palombaio "cadde nella rete", come dico io.
Oggi il dott. Milo ha novant'anni. L'oleificio è diventato un grosso gruppo agroalimentare grazie anche alla seconda generazione. Giovanni, Saverio, Marida e  Giuseppe, quest’ultimo un rocker appassionato degli U2 con tanto di band cover. Stessa autenticità, stesso coraggio del padre.
Producono pasta e prodotti da forno che spediscono in mezzo mondo.
E io? Io mi sento un po' di famiglia.

 

Più di trent'anni di partnership: quando l'errore costruisce fiducia

Dal 1990 dopo quella telefonata maledetta, sono ancora qui. Non perché non abbiamo mai più sbagliato, ma perché quando è successo ci abbiamo messo la faccia. Sincerità, rispetto, fiducia reciproca.
Non sono slogan da mission aziendale, sono l'unica cosa che tiene in piedi i rapporti veri.
Le etichette si staccano ancora ogni tanto, metaforicamente parlando. Ma quando succede, so esattamente cosa fare: presentarmi, guardare negli occhi, risolvere.
E ringraziare Francesca che quel giorno mi rovinò l'inaugurazione. Fu il giorno in cui capii davvero cosa significa fare impresa.

 

Lavori con clienti che meritano lo stesso impegno del dott. Milo?
Se cerchi un partner nel packaging che si presenta quando le cose vanno storte (non solo quando va tutto bene), parliamone.

 

ps in alto la famiglia Milo - foto a cura dell'agenzia yello - bari