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4 marzo 2026
1996–2026. Trent’anni di musica, identità e passione condivisa.
C’è una fotografia in mostra che mi ha fermato più delle altre. Una ragazza con gli occhi chiusi. Il clarinetto appoggiato alla fronte. Nessun pubblico, nessuna processione, nessuna divisa in primo piano. Solo concentrazione.
Quello scatto l’ho costruito e fotografato io.
Avevo davanti molti musicisti, ma ho scelto lei. Per il viso, per la delicatezza dell’espressione, ma soprattutto perché rappresenta perfettamente l’ambiente che ho trovato entrando nell’Associazione Musicale Santa Cecilia: un ambiente sorprendentemente giovane.
In quel momento ho capito anche come raccontare questi trent’anni.
Non con una semplice sequenza di fotografie, ma con una storia.

 

Costruire un evento culturale: trasformare memoria in racconto

Costruire un evento culturale significa proprio questo: trasformare immagini, memoria e persone in un racconto capace di parlare alla comunità.
È il lavoro che faccio da oltre quarantacinque anni, attraversando grafica, editoria, fotografia e progettazione culturale.
Ed è probabilmente anche il motivo per cui mi è stato chiesto di coordinare questa mostra.
La “meglio gioventù” non è uno slogan. Sono i ragazzi e le ragazze che ogni giorno frequentano l’associazione.
uelli che studiano, provano, sbagliano, riprovano.
Quelli che scelgono di dedicare tempo ed energia a qualcosa che non è solo esibizione, ma appartenenza.

 

Il 22 aprile 1996 quindici persone decisero che Molfetta meritasse una voce musicale propria. Da allora quella scelta è diventata percorso, scuola, disciplina, comunità.
Quando ho iniziato a lavorare alla mostra ho capito subito che non bastava celebrare un anniversario.
Bisognava restituire il senso di ciò che questa banda rappresenta per la città.
Per questo il percorso espositivo attraversa trent’anni di storia come un album di famiglia: dai fondatori ai giovani musicisti di oggi, dalle prove alle processioni, dalle feste patronali alle serate estive.

 

CONFESSIONE

Confesso che, mentre selezionavo le immagini, ho provato una punta di invidia. Non per i trent’anni di storia. Ma per quella determinazione silenziosa che vedo nei loro occhi. Per quella capacità di stare dentro una tradizione senza viverla come un peso, ma come un privilegio.

 

La banda musicale di Molfetta: identità territoriale che cresce dal basso

La Banda Santa Cecilia non è solo la colonna sonora della Settimana Santa, della festa patronale o del Natale tra i vicoli.
È un luogo di crescita. Una scuola di responsabilità collettiva. Una palestra di ascolto reciproco.
 
Ti aspetto a Molfetta (ba) alla Sala dei Templari fino al 9 aprile 2026.
Stai lavorando a un progetto di valorizzazione culturale nel tuo territorio? Hai un evento, una mostra, una storia da raccontare? Parliamone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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9 febbraio 2026
Una Valigia di Cartone per Raccontare l'Impresa
Ad un incontro pubblico svoltosi a Molfetta, la mia città, porto una valigia di cartone al posto delle slide: dentro, quarantacinque anni d'impresa raccontati attraverso immagini, memoria e la scelta di restare.

Bagaglio a mano

Quando mi hanno invitato a intervenire all'assemblea pubblica organizzata da alcuni movimenti civici di Molfetta sul valore dell'impresa, la prima cosa che ho fatto è stata scartare l'idea di una relazione scritta.
Avrei potuto farla. Slides ordinate, dati, grafici. Tutto corretto. Tutto inutile. Io sarei stato il primo ad annoiarmi.
Così ho preso una valigia di cartone. Quella vecchia, color avorio, che porto con me da anni. Non come metafora: proprio una valigia.
L'ho riempita di immagini e sono salito sul palco davanti a una sala gremita. Senza fogli da leggere.
A ruota libera.

 

La valigia non mente

Ho iniziato dicendo che quella valigia non parlava del passato. Parlava di una scelta. La stessa che, da queste parti, prima o poi si presenta a tutti: partire o restare.
Dentro quella valigia c'era il mio inizio. Diciott’anni, un diploma, nessun lavoro. Un gruppo di ragazzi che invece di aspettare decise di inventarselo.
Nessun piano industriale, nessuna strategia raffinata. Solo l'urgenza di fare qualcosa, qui.
Non sapevamo cosa ci aspettava. Ed è probabilmente per questo che abbiamo avuto il coraggio di cominciare.
Anni di lavoro, errori, aggiustamenti, porte chiuse e altre aperte all'improvviso. Ho raccontato cosa significa restare davvero: sbagliare sotto casa, incrociare gli stessi sguardi anche quando fallisci, non potertene andare quando le cose si complicano.
Restare non è una posa. È un'esposizione continua.
La sala ascoltava in silenzio. Ho parlato di territorio, identità, responsabilità. Di impresa come alternativa concreta alla rassegnazione.
Non come promessa, ma come possibilità.

 

Il valore si mostra, non si spiega

Il giorno dopo sono arrivati i messaggi. Qualcuno ha scritto: "Genio e sregolatezza che ha trasmesso l'anima dell'imprenditore."
Ho sorriso. Perché non c'era nessun genio. C'era solo una valigia piena di memoria e la scelta di non filtrarla.
Quella sera ho capito una cosa semplice: il valore dell'impresa non si spiega. Si mostra.
Non servono slides perfette. Servono oggetti veri, momenti che puoi far toccare con gli occhi. Serve il coraggio di aprire una valigia e dire: ecco cosa siamo stati, ecco cosa siamo diventati, con tutte le imperfezioni del viaggio.
Perché fare impresa, in fondo, è questo: non offrire certezze, ma dimostrare che scegliere è ancora possibile.
Anche se la scelta è restare.

 

Se vuoi portare un racconto d’impresa nel tuo territorio (scuola, associazione, ecc), parliamone.
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5 febbraio 2026
"Il Cliente Chiama Sempre Due Volte"
Gestione crisi cliente nel packaging: come un errore durante un'inaugurazione si trasformò in più di 30 anni di partnership. Storia vera di customer care che funziona.

 

Quando l'errore arriva nel momento sbagliato

1990 - "Gaetano, ha telefonato il dott. Milo: le etichette si staccano dalle bottiglie."
Francesca arrivò di corsa alla Sala dei Templari a Molfetta, proprio mentre stringevo la mano al sindaco davanti a una tela dell'Accademia di Brera.
Era il nostro momento di gloria: mostra d'arte contemporanea, ufficio appena aperto a Milano, il salto nell'editoria d'arte. E invece eccola lì, la realtà che ti ricorda chi sei davvero: uno che stampa etichette. Un colpo al cuore.

 

Gestire la crisi mentre tutti ti guardano

Mentre sorridevo alle autorità e facevo finta di ascoltare discorsi inaugurali, il mio cervello era già altrove. Danno economico per il cliente. Danno per noi. Reputazione a rischio. E quella vocina bastarda che ti sussurra: "Non sai dove sbattere la testa, vero?"
Ma l'hai già capito che in quel momento devi trovare la forza. Devi convincere te stesso prima ancora del cliente che una soluzione esiste, anche se al momento non la vedi. È come bluffare a poker, solo che qui non puoi permetterti di perdere.

 

L'unica regola del customer care che conta davvero

L'indomani andai dal dott. Milo senza scudi né scuse preconfezionate. Zero scaricabarile, zero "è colpa del fornitore", zero giri di parole. Solo: "È successo questo, la responsabilità è nostra, questa è la soluzione."
Perché vedi, puoi raccontargli tutte le catene produttive che vuoi, ma per il cliente l'azienda sei tu. Tu e basta. E se in quel momento cerchi di nasconderti dietro tecnicismi o colpe altrui, hai già perso tutto.

 

Da porta a porta al pastificio che suona rock

Era stato uno dei primi clienti conquistati fuori Molfetta. Dovevamo crescere, allargare gli orizzonti, uscire dalla comfort zone del campanile. E così partì il mio personalissimo tour porta a porta per la provincia. Frustrazione mista a determinazione. Fino a quando quell'oleificio di Palombaio "cadde nella rete", come dico io.
Oggi il dott. Milo ha novant'anni. L'oleificio è diventato un grosso gruppo agroalimentare grazie anche alla seconda generazione. Giovanni, Saverio, Marida e  Giuseppe, quest’ultimo un rocker appassionato degli U2 con tanto di band cover. Stessa autenticità, stesso coraggio del padre.
Producono pasta e prodotti da forno che spediscono in mezzo mondo.
E io? Io mi sento un po' di famiglia.

 

Più di trent'anni di partnership: quando l'errore costruisce fiducia

Dal 1990 dopo quella telefonata maledetta, sono ancora qui. Non perché non abbiamo mai più sbagliato, ma perché quando è successo ci abbiamo messo la faccia. Sincerità, rispetto, fiducia reciproca.
Non sono slogan da mission aziendale, sono l'unica cosa che tiene in piedi i rapporti veri.
Le etichette si staccano ancora ogni tanto, metaforicamente parlando. Ma quando succede, so esattamente cosa fare: presentarmi, guardare negli occhi, risolvere.
E ringraziare Francesca che quel giorno mi rovinò l'inaugurazione. Fu il giorno in cui capii davvero cosa significa fare impresa.

 

Lavori con clienti che meritano lo stesso impegno del dott. Milo?
Se cerchi un partner nel packaging che si presenta quando le cose vanno storte (non solo quando va tutto bene), parliamone.

 

ps in alto la famiglia Milo - foto a cura dell'agenzia yello - bari

 

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21 gennaio 2026
"La Carovana degli Invisibili" Milano fine anni '70.

 

Da Molfetta ai Navigli

Da una parte i neofascisti mettono bombe sui treni e nelle piazze (quell’estate 1980 – strage di bologna) dall'altra le BR che sparano e ammazzano.
E noi in mezzo.
Il Paese sembra sprofondare in una guerra civile strisciante, ma noi in quel periodo abbiamo un'idea fissa e un sogno da realizzare: trovare i soldi per aprire la Cooperativa L'Immagine.
Niente viaggi premio dopo gli esami di Stato.
Da Molfetta puntiamo dritti verso quella Milano – capitale del lavoro, degli aperitivi e delle prime manganellate.
Arrivammo con le tasche vuote e la testa piena di sogni. Sveglia all'alba poi giù verso i Navigli – non quelli eleganti di oggi ma quelli ruvidi, pieni di fumo e vite sgualcite. In uno stanzone affollato aspettavamo che squillasse il telefono: tossici, ex pregiudicati e noi.
 

La Carovana degli Invisibili

A gestire tutto c'era il "Capo", un ex ufficiale in pensione: quaderno, telefono e potere assoluto.
Le aziende chiamavano, lui ascoltava, riattaccava, lanciava uno sguardo rapido all'umanità disperata che aveva di fronte e decideva a chi affidare il lavoro.
Poi ti passava un bigliettino con indirizzo, orario, giorni. Tutto rigorosamente in nero.
E poi un giorno, fra le tante umiliazioni, anche quella del "Capo" che ti mette la mano fra le cosce. Bastardo. Non dissi niente.
Cosa potevo dire? Ero "quello della carovana", l'extracomunitario del Sud, il nessuno.
Facevamo parte della "carovana", una sorta di agenzia interinale ante litteram. A noi toccavano i lavori peggiori.
Nelle aziende ci riconoscevano subito: "Sono quelli della carovana". Diffidenza, battutine, sospetto.
Eravamo i "meridionali a Milano", gli "extracomunitari" di allora.

 

Le Notti Milanesi

Ma la sera Milano cambiava volto. Dai Navigli puzzolenti ai centri sociali fumosi e poi i concerti dei Talking Heads, Television, Ramones, le prime manganellate viste da vicino. Avevo scambiato lo sfruttamento diurno con la formazione culturale notturna – e quella, almeno, mi piaceva.

 

Il Biglietto di Ritorno

Rientrammo a Molfetta uno alla volta, ma non da sconfitti. Eravamo diversi: sapevamo quanto valeva un'ora di lavoro, quanto costa un sogno, quanto pesa Milano sulle spalle di chi non si arrende.
Avevo imparato che i lavori di merda non ti sminuiscono – ti allenano alla resistenza.
Che ogni turno era un mattone in più per la cooperativa.
Che andare via non tradisce le radici: le rinforza. E che quando avessi avuto potere, non l'avrei mai usato come il Capo.
Quella azienda nata con i soldi della carovana quest'anno compie 45 anni. Ha resistito a tutto: crisi, trasformazioni digitali, pandemie.
Mi ha insegnato che non serve partire con tutto: basta partire.
Oggi continuo a collegare persone, territori e progetti culturali tra Puglia, Spagna, Romania e Portogallo.
Se hai un'idea nel cassetto e non sai da dove iniziare, scrivimi.
Magari tutto parte da una chiacchierata – come allora a Milano, in uno stanzone pieno di fumo e speranza.
 

 

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12 gennaio 2026
Impara l'arte: dietro la maschera c'è un mestiere che ti aspetta

 

Dai volti incapucciati alle maschere d'Europa

Quando anni fa ho iniziato a documentare i riti della Settimana Santa in Puglia, la prima cosa che mi ha colpito non sono state solo le statue o i riti processionali.
Sono stati i volti nascosti.
I confratelli incappucciati, con quelle tuniche bianche e i cappucci che trasformano le persone in simboli.
Volti cancellati per diventare altro: penitenza, devozione, comunità. Un mascheramento sacro che funziona esattamente come quelli profani dei carnevali antichi.
Quando nel 2024 l'Europa ci ha scelti come coordinatori della comunicazione per MASKS, ho capito che stavo chiudendo un cerchio.
Dodici partner tra Italia, Spagna, Portogallo e Romania, università, musei, centri di ricerca, tutti concentrati su maschere zooforme: quelle che vedi nelle feste patronali, nei carnevali che sembrano eterni ma che qualcuno deve continuare a costruire, indossare, tramandare.

 

Perché ci si maschera

Me lo sono chiesto spesso, fotografando riti e feste. La risposta più onesta che ho trovato è questa: la gente si maschera per smettere di essere se stessa.
Non per nascondersi, ma per liberarsi. Dal nome, dal ruolo sociale, dal giudizio. La maschera ti permette di dire, fare, essere ciò che normalmente non potresti.
Nei riti sacri diventi simbolo: non sei più Mario o Giuseppe, sei la Penitenza incarnata.
Nei carnevali antichi diventi ribellione: il povero fa il re, il potente viene sbeffeggiato, le regole saltano per un giorno.
Ma c'è anche l'appartenenza: quando indossi quella maschera, diventi parte di una comunità, di una storia più grande di te.
Non sei solo, sei "noi".
Ecco perché il progetto europeo MASKS non è un progetto sul folklore. È un progetto su quello che succede quando scegli di diventare altro.

 

Cosa impari con MASKS

Se sei uno studente MASKS ti porta dentro i laboratori artigianali dove nascono le maschere: è design e ingegneria, antropologia e imprenditoria, tutto insieme.
MASKS non è un corso di perfezionamento per esperti. È un'occasione per diventarlo insieme agli artigiani italiani, spagnoli, portoghesi e rumeni.
Nei corsi entriamo nella storia e nel significato delle maschere, esploriamo con gli artigiani materiali e tecniche, impariamo a raccontare riti e feste con linguaggi contemporanei, progettiamo itinerari, eventi, esperienze turistiche.
E soprattutto costruiamo relazioni: una rete europea di persone che condividono la stessa passione.
Ci sono dodici partner europei che ti aspettano, tra università, musei, centri di formazione, artigiani.
 

Come iscriversi

Vai al form di candidatura: https://elearning.unibuc.ro/?redirect=0
Iscriviti subito! Hai tempo fino al 31 gennaio 2026

 

Per ulteriori informazioni scrivimi

 

 

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31 dicembre 2025
i CUCIBOCCA di Montescaglioso: quando le maschere antropologiche ti guardano negli occhi
I Cucibocca di Montescaglioso (mt): maschere antropologiche della Basilicata tra le più antiche d'Italia. Scopri il rito del 5 gennaio, patrimonio immateriale lucano.

 

Maschere antropologiche in Basilicata: un patrimonio da scoprire

Le maschere antropologiche erano un mondo che non conoscevo. Poi mi sono trovato a curare la comunicazione di MASKS – unveiling the arts and works behind the masks, progetto europeo Erasmus+ che coinvolge Spagna, Portogallo, Romania e Italia per svelare i segreti delle maschere zooforme.
E così ho scoperto che la Basilicata a gennaio si trasforma. Otto comuni lucani – Tricarico, Satriano, San Mauro Forte, Aliano, Cirigliano, Teana, Lavello e Montescaglioso – custodiscono un patrimonio culturale immateriale riconosciuto dalla Regione: maschere ancestrali che raccontano riti millenari.
 

La notte del 5 gennaio: quando il silenzio diventa rito

La sera prima dell'Epifania, Montescaglioso smette di essere un paese normale. Figure nere emergono dall'Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo. Mantelli scuri, barbe bianche di canapa puzzolente, occhiali inquietanti ricavati dalle bucce d'arancia modellate per vedere attraverso.
Sul capo, un fiscolo: quel disco di canapa usato nei frantoi per spremere le olive, sempre sporco e maleodorante.
In mano reggono una lanterna fioca, un canestro di vimini per raccogliere offerte, e soprattutto un lungo ago minaccioso.
Alla caviglia, una catena spezzata che striscia sul selciato producendo un suono spettrale.

 

Cucibocca: simbolismi stratificati di un rito complesso

Nella tradizione lucana, i Cucibocca sono le anime del Purgatorio che tornano la notte prima dell'Epifania cercando le case dove hanno vissuto. Chiedono cibo e acqua per spegnere le fiamme purificatrici.
Ma ogni elemento racconta storie sovrapposte. La catena spezzata richiama San Simeone Stilita (celebrato il 5 gennaio nel calendario bizantino) e rappresenta anche la liberazione simbolica dei contadini dalla schiavitù del padrone.
La barba di canapa puzzolente è l'anti-Babbo Natale: non porta doni, li chiede. Il fiscolo sul capo parla del mondo dei frantoi, del lavoro duro, della terra.
Gli occhiali di buccia d'arancia – dettaglio geniale – trasformano lo sguardo umano in qualcosa di altro.

 

"Ti cucio la bocca": il rito del silenzio

"Ti còs' a vòcch!" – ti cucio la bocca – ripete brandendo l'ago. È il passaggio dall'abbondanza dei "nove bocconi" natalizi al digiuno quaresimale. È il silenzio imposto agli umani perché quella notte, secondo la leggenda, gli animali riacquistano la voce.
I bambini? Sono attratti ma terrorizzati. Si nascondono dietro i genitori mentre queste figure si aggirano nei vicoli nebbiosi brandendo l'ago. È un gioco antico tra paura e divertimento: i Cucibocca minacciano, i piccoli scappano, l'atmosfera si carica di tensione teatrale.
Questa è antropologia vivente ed è una esperienza da vivere!
Visita Montescaglioso il 5 gennaio per vivere il rito dei Cucibocca.

 

> scopri il progetto https://www.gaetanoarmenio.it/progetti/masks-european-project.html